Benedetta sperimentazione per «La scuola che verrà»

Giorgio Pellanda, deputato del PLR in Gran Consiglio
Corriere del Ticino, 18.9.2018
Ci avviciniamo alla votazione del 23 settembre sulla sperimentazione de «La scuola che verrà» e credo davvero che tutti, anche i contrari e i più scettici, vorrebbero benedirla, ovvero dire bene della scuola, affinché possa proiettarsi nel futuro in sintonia con l’esigenza della mutata nostra società. Per noi ticinesi inoltre, minoranza talvolta ribelle ai modelli dei Cantoni d’Oltralpe, una scuola al passo con i tempi non può che inorgoglirci. Al passo con i tempi anche per una differenziazione curricolare, dipendente però dall’inclusione per non creare futuri cittadini culturalmente depressi, sfiduciati e annoiati, privi di autostima e destinati a diventare costosi casi sociali.
Ricordate l’introduzione della scuola media unica di 40 anni fa che assorbì le scuole maggiori e il ginnasio? Essa fu proposta senza passare dal voto popolare e fu calata dall’alto con grande intuizione del Dipartimento guidato dal consigliere di Stato Ugo Sadis, che potè avvalersi dell’indimenticabile prof. Franco Lepori, capo dell’Ufficio dell’insegnamento medio e riformatore coraggioso. Non si fece una sperimentazione: ci si limitò a creare due sedi pilota a Gordola e Castione e si introdusse la sua generalizzazione in tutto il cantone. Cambiò in positivo tutta la scuola secondaria con l’obiettivo di favorire la democratizzazione degli studi che qualcuno definì come conquista sociale; una scuola nuova, per certi versi vicina agli auspici della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani che bandiva la scelta formativa per ceti sociali, privilegiando l’inclusione degli allievi quale basilare punto di partenza. Qualche voce critica profetizzava che si sarebbe abbassato il livello di apprendimento, ma non fu così.
Personalmente ho avuto la fortuna di insegnare per oltre trent’anni nel settore medio: i tanti bei ricordi di allievi motivati (che hanno poi fatto carriera in tanti campi accademici e professionali) pronti a dare una mano ai più deboli li porto ancora nel cuore; una sorta di mutuo insegnamento di fransciniana impronta senza per nulla indebolire il loro slancio, anche competitivo, nel voler raggiungere risultati eccellenti.
Possiamo davvero dire che oggi abbiamo una buona scuola dell’obbligo, con Harmos che ha sancito alcuni principi importanti come la durata del ciclo di studi. Tuttavia, partendo da questo presupposto, una riforma, mediante una seria sperimentazione, appare più che necessaria: essa è una verifica, un termometro per misurarne lo stato di salute.
Una necessità avvertita dal DECS e dal Governo all’unanimità che pur ci rappresenta, in particolare le famiglie, spesso in ansia per l’ostacolo dei livelli A e B nella scuola media che nessuno vuole più perché per le famiglie e i loro figli sono un’etichettatura discriminante.
In Commissione scolastica, di cui faccio parte, abbiamo a lungo dibattuto sul come intervenire per fare in modo che la sperimentazione fosse impostata tenendo conto della concreta realtà odierna in cui la scuola si rispecchia in una società particolarmente eterogenea. Sentito il parere delle varie associazioni del mondo della scuola, constatata la disponibilità del DECS, ne è scaturito un compromesso serio ed equilibrato che il plenum del Gran Consiglio ha avallato dando luce verde alla sperimentazione.
Si tratta anche di superare il pericolo dell’immobilismo che potrebbe consolidarsi se non si facesse alcuna verifica sul metodo di insegnamento fin qui adottato, che necessita di modifiche strutturali e soluzioni innovative.
Ebbene, nella scuola media, la sperimentazione permetterà di mettere in atto tre differenti scenari, che riguardano i laboratori, ovvero quando le classi saranno divise per metà: la proposta del DECS per superare i livelli A e B con miniclassi formate casualmente, quella del PLR dove gli allievi saranno divisi tenendo conto delle loro attitudini, dei loro interessi e delle loro competenze, mentre nelle sedi non coinvolte dalla sperimentazione si continuerà come finora.
Qualcuno sostiene che questa riforma non è svizzera; per me, invece, è un modello per la Svizzera. Noi ticinesi non dobbiamo copiare da Cantoni che nella scuola obbligatoria propongono percorsi formativi antiquati. Specie in questi ultimi anni il popolo ticinese, nel bene o nel male (dipende dai punti di vista), ha avuto il coraggio di distinguersi da tanti Cantoni, vedi fumo bandito nei ristoranti, divieto di costruire minareti, divieto di dissimulare il viso nei luoghi pubblici, non adesione all’Europa eccetera, eppure siamo svizzeri a pieno titolo.
Sulla sperimentazione proposta non starò a ricordare quanto è già stato detto e scritto in queste settimane; mi limiterò a dire che non bisogna affatto temere alcunché perché le materie, i programmi e i contenuti non cambieranno.
A cambiare saranno invece l’organizzazione e il metodo di insegnamento, che terrà conto dei ritmi di apprendimento di ogni singolo allievo con un’offerta didattica e pedagogica quasi personalizzata grazie alla riduzione del numero di scolari durante i laboratori, con la consapevolezza che nelle elementari il docente titolare potrà avvalersi del supporto di un «docente risorse» mentre nelle medie il docente di classe avrà più tempo a disposizione per seguire la sua classe. Ed è ciò che auspicano le famiglie. Ci sarà più tempo per seguire e accompagnare gli allievi deboli ma anche (e lo sottolineo) per fare in modo che gli alunni maggiormente dotati possano davvero brillare.
Funzionerà, non funzionerà? A dirlo non sarà il DECS o il Partito liberale radicale. Il verdetto sarà prerogativa di un organo di valutazione universitario esterno che seguirà scientificamente tutto il percorso della sperimentazione.
Dunque sì ad una sperimentazione che tenga conto di quanto c’è di buono con l’obiettivo di fare ancora meglio, in modo tale che anche gli scettici possano benedire la nostra scuola ticinese.