L’OPINIONE – Ivano Fontana, docente
Questa è la seconda parte (la prima è uscita nell’edizione di sabato 7 luglio); la terza la quarta la quinta la trentaseiesima a dipendenza della piega che prenderà il dibattito in vista della votazione del 23 settembre, e a seconda delle fesserie che ci toccherà leggere da qui a là.
Mi ero ripromesso di scrivere di scuola e di lenticchie, mi correggo. Lascio stare le lenticchie nepalesi, e faccio un omaggio al grande Enzo Jannacci, declino in blues, come ha fatto lui con la canzone Quelli che …, la scuola che verrà. Per divertirmi, certo, e, forse, per far capire che si può scrivere e parlare di cose serie con leggerezza, come ha insegnato Italo Calvino.
Quelli che l’inclusivismo è tanto per cominciare, quelli che l’egualitarismo collettivo è per fare un climax (figura retorica), oh yea, quelli per lo sforzo e il merito, quelli che la parità di arrivo e quella di partenza (e a metà strada, nel mezzo del cammin?), oh yea, dell’incentivazione delle eccellenze, oh yea, sua Eccellenza, quelli delle competenze sociali e della democratizzazione delle note, quelli a – con accento grave – la carte, quelli che hanno la fissa dei criteri fissi e oggettivi, oh yea, quelli contro il mito della scuola unica, quelli che assistono il docente marginalizzato e sull’orlo del precipizio, quelli che spezzettano le materie, oh yea oh yea, quelli che vogliono liberare la scuola, ingabbiata nei sistemi psico-pedagogici, quelli delle cavie – umane– al servizio del DECS, oh yea quelli che invitano a smontare tecnicamente e pubblicamente, altrimenti il Bertoli non lo fermeremo più, oh yea oh yea oh yea. Quelli che, modestia a parte, la sperimentazione te la do io, oh yea oh yea oh yea. Quelli, gli spudorati e sfacciati, che, privi di un pizzico di autoironia, girano e rigirano sempre la stessa polenta.
In tempi non sospetti, scrissi alcune cose critiche sul progetto della Scuola che verrà, chi ha voglia e tempo vada a rileggere i contributi apparsi su questo giornale. Non mi ripeto. Dico che, solo a vedere le facce dei picconatori, uno non dovrebbe avere dubbi su cosa scrivere sul foglietto il 23 settembre. Il progetto governativo non butta all‘aria la scuola dell’obbligo. Realisticamente, dopo più di 40 anni dalla nascita della Scuola Media, cerca di portare alcuni correttivi là dove, negli anni, sono venuti fuori alcuni problemi di tipo organizzativo e disciplinare e orientativo. In queste decine di anni ci sono stati cambiamenti nella popolazione scolastica, nelle aspettative dei genitori e della società in senso lato. Io per me non sono convinto che la scuola debba «stare al passo coi tempi», come amano dire i politici che, salvo eccezioni, di scuola non si interessano o non ci capiscono un bel niente. Basta avere un orecchio non distratto per sentirli, se sollecitati, recitare come un mantra un paio di frasi del tipo «è opportuno che la scuola si faccia carico», «che metta in rete», «che interagisca con il mondo del lavoro», immancabili l’eccellenza, la democratizzazione, le opportunità.
Certo che la nascita della Scuola media unica ha rappresentato per il Ticino una grande conquista, oserei quasi dire una delle poche vere rivoluzioni non solo in campo scolastico (un’altra sarebbe potuta essere la legge urbanistica, affossata in votazione popolare agitando il fantasma del collettivismo bolscevico; adesso ci ritroviamo con il territorio devastato, e pensiamo di metterci in pace la coscienza cercando di creare qualche riserva protetta).
Le persone che ora salgono sulle barricate, quelle di sicuro prettamente ideologiche, non hanno la testa diversa da quelle che, all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, dicevano peste e corna della nascente Scuola media unica: stessi fantasmi, stesso frasario, stessa retorica fastidiosa, irritante, nauseabonda. Con un’aggravante non da poco: la diversa statura culturale.
E così, da vecchio ma non rintronato docente, non accolgo l’invito del signor Morisoli; con tutte le riserve che ho, mai e poi mai voterò contro la sperimentazione che si farà non sulla pelle di allievi, maestri e genitori, ma per loro. E poi se ci sarà da correggere, si correggerà. Adesso sto zitto per un poco, mi informo e leggo, ma se i facinorosi non la smettono di scrivere scemenze (non mi scuso per la franchezza), sarò costretto a duellare.