Di Alessandro Cedraschi, Franco Celio, Fabio Käppeli, Giorgio Pellanda, Maristella Polli, membri PLR della Commissione scolastica 
L’articolo del collega Sergio Morisoli contro «La scuola che verrà», pubblicato in due puntate su questo giornale il 4 e il 10 luglio scorsi, contiene alcune affermazioni che si possono condividere, altre più discutibili, e altre ancora che hanno poco o nulla a che vedere con la verità dei fatti. Tra queste spicca l’accusa al Gruppo PLR, o meglio ai suoi rappresentanti nella Commissione scolastica, di essersi associati pedissequamente al progetto del DECS, nonostante le critiche espresse a suo tempo dal PLR medesimo.
Non è così. Proprio perché siamo tuttora convinti della validità di quelle critiche – espresse peraltro solo dopo aver consultato numerosi «addetti ai lavori»- abbiamo proposto (e di fatto imposto) che il rapporto di maggioranza della Commissione, adottato dal Gran Consiglio lo scorso marzo (e sul quale i cittadini voteranno in settembre, in seguito appunto al referendum) non si limitasse a dare via libera alla sperimentazione voluta dal DECS, ma comprendesse anche un’altra variante.
In concreto, secondo il modello PLR, la suddivisione degli allievi nei «laboratori» non sarà fatta a caso, allo scopo di ottenere gruppi forzatamente eterogenei che seguano programmi identici (come vuole «La scuola che verrà»), ma tenendo conto delle differenti capacità e dei differenziati interessi dei singoli allievi. E ciò linea con gli scopi orientativi del secondo biennio d Scuola media. Inoltre – e soprattutto – il rapporto accolto dal Gran Consiglio su nostra proposta obbliga, al termine della sperimentazione, ad una verifica dei risultati da parte di periti neutri, esterni al Cantone, e non dagli autori del progetto dipartimentale.
Il fatto che Manuele Bertoli e i rappresentanti del suo partito in Commissione abbiano accettato questo compromesso solo con molta riluttanza (e Morisoli lo sa), e ora elogino sempre e solo la «Scuola che verrà», facendo finta che l’altra variante non esista neppure, nonché le ripetute recriminazioni di Bertoli contro la decisione di volere periti neutri, conferma che quanto voluto dal nostro Gruppo è ben lungi da quell’accondiscendenza all’ideologia socialista che Morisoli ci imputa.
In vista del voto di settembre, ognuno è naturalmente libero di pensarla come vuole.
Ci si consenta però di far notare che votare sì non significa affatto accogliere a scatola chiusa «La scuola che verrà». Significa solo consentire una sperimentazione completa, che al termine permetta di scegliere fra diverse possibilità con cognizione di causa!