L’OPINIONE, di Ivano Fontana, Docente

Nemmeno ad inizio estate uno può rilassarsi e sognare per i fatti suoi, e magari leggere. Ci sono personaggi politici che, per il loro indefesso e diuturno impegno, meritano tutta la nostra compassione. Uno è Sergio Morisoli, già altissimo funzionario dirigente ai tempi della signora Marina Masoni, gli stessi in cui imperversava anche l’attuale e più pacato, oggi, direttore del mio giornale. Morisoli scrive e scrive e scrive, ma non aggiunge contenuti, non invita, insomma, al dialogo. Recita a memoria la sua scaletta, e da lì non si muove. Verrebbe quindi da dire: lasciamolo divagare e, a volte, delirare in compagnia dei suoi amici.

Ma poi uno come me dice: perché dovrebbero aver voce sempre i soliti? In grazia di che cosa? Forse Morisoli si porta dentro una vita o un pezzo di vita passata nelle aule scolastiche o negli uffici del DECS? No, il Morisoli politico è esperto, si fa per dire, di economia e finanza, settori nei quali, contrariamente a quando parla e scrive di scuola, sa farsi capire. A dimostrazione che quando non si sa cosa dire, bisogna tacere.

Pare di capire, pare – non ne sono sicuro – che l’idolo polemico sia il consigliere di Stato Bertoli, che, pare, è riuscito a imporre, a detta dei referendisti, la sua visione della scuola pubblica, una visione – apriti cielo – addirittura socialista. Da questa tesi aprioristica viene via tutto il resto, cioè tutte le scempiaggini che raccontano e scrivono i signori Morisoli, Marchesi, Pellegrini, Laperchia.

Mi si dice, pare sia vero, che oggi il dibattito politico va su questi binari. Facile, si azzerano i riferimenti storici, si fa credere che, tutto sommato, la scuola va quasi bene così come va, si fa finta di non vedere, si crede che non esista una scollatura tra formazione e lavoro (sforniamo dalle facoltà esperti in scienze della comunicazione e in scienze politiche che parlano parlano parlano, alcuni – purtroppo – comandano comandano comandano, e non pochi di questi scrivono XVIII secolo pensando non all’illuminismo, che confondono con l’invenzione della luce elettrica, ma alla trasformazione industriale che ha percorso tutto il milleottocento), non si osa più dire, forse perché è degradante, che l’economia e la società hanno bisogno di artigiani e di manovali ben preparati e ben contenti di fare il loro lavoro, e pagati per la giusta ricompensa del loro sudore, della loro manualità, della loro capacità di risolvere situazioni apparentemente difficili o impossibili.

Il signor Morisoli se ne guarda bene di entrare nel merito, di entrare nella carne viva; al signor Morisoli e ai suoi amici, ne sono convinto, importa poco o non importa del tutto dibattere o dire due cose sensate sulla scuola; dico di più, sapendo di essere cattivo, non gliene frega un fico secco di niente. Il nostro è rimasto alla battaglia politica campale della votazione (2001) sul finanziamento di quelle che allora chiamava «scuole pubbliche non statali», e che nella opinione del 4 giugno chiama correttamente scuole private. E non dimentico, no che non dimentico, l’atteggiamento più che benevolo dell’onorevole Buffi nel dibattito preliminare (il consigliere di Stato forse voleva ringraziare certi ambienti che gli hanno permesso di mettere in piedi l’USI). Non dimentico il giornale che mi ospita, il quale sostenne, soprattutto per la penna dell’allora direttore Dillena, giornalista e grande esperto in scienze dell’educazione, in vista della votazione del 2001, l’iniziativa.

Qui finisce la prima parte, nella prossima scriverò di scuola e lenticchie (non quelle del dottor Moccetti, ma quelle del signor Morisoli. Che cosa hanno di così spregevole? In Nepal sono alla base del piatto nazionale, verdi e rosse).