Il 23 settembre i cittadini ticinesi saranno chiamati a esprimersi sulla sperimentazione del progetto “La scuola che verrà” e del modello proposto dal PLR, una doppia sperimentazione contro la quale è stato lanciato un referendum. Ne parliamo con Manuele Bertoli, direttore del Dipartimento educazione, cultura e sport.

 

Manuele Bertoli. La accusano di sviluppare una “scuola rossa”, ma è così presente la visione socialista in questa riforma?

La riforma “La scuola che verrà” si inserisce nel segno della tradizione inclusiva della scuola ticinese, che fin qui è stata condivisa da tutte le forze politiche, una tradizione che tra l’altro per decenni è sta condotta da esponenti PLR. Un’impostazione condivisa anche dai socialisti, ma non certo solo da loro. Lo slogan sulla scuola rossa è quindi una chiara forzatura, ma si sa che in campagna di votazione le forzature non mancano mai. Del resto la sperimentazione ha ottenuto una maggioranza trasversale in Gran Consiglio, dato che mi pare parli da solo.

Non si sta tardando con la digitalizzazione nella scuola?

La digitalizzazione nella suola è necessaria, purtroppo i ritardi sono da imputare alla situazione finanziaria che fino all’altro ieri impediva molte cose e grandi investimenti. Il centro di competenze non abbiamo potuto crearlo quando volevamo, abbiamo dovuto riconvertire il Centro didattico cantonale preesistente, ma presto il Consiglio di Stato dovrà pronunciarsi su un investimento importante in questo ambito.

Nella scuola, meglio l’uguaglianza di trattamento o l’uguaglianza di risultati?

L’uguaglianza nei risultati è un obiettivo sciocco e non perseguibile, perché presuppone soggetti uguali, che non esistono. Malgrado ogni tanto i referendisti sostengano che sia l’obiettivo della riforma, si tratta di una falsità macroscopica che solo una lettura in mala fede può immaginare. L’uguaglianza di trattamento è quindi la base, che significa trattamento uguale per casi uguali, ma anche e soprattutto trattamento differenziato per casi differenti. L’investimento chiesto dalla riforma va proprio a dare ai docenti le condizioni quadro per poter essere più vicini agli allievi e considerare quindi meglio le loro differenze. Spazi didattici con classi dimezzate, spazi per la co-docenza (compresenza di due docenti per gestire le diversità degli allievi), maggiore spazio alle opzioni, più tempo per dedicarsi all’orientamento degli allievi, questi sono gli strumenti su cui si vota e che vogliamo sperimentare.

Perché sarebbe importante portare avanti in tempi ragionevolmente brevi la sperimentazione?

Perché il processo della riforma è iniziato nel 2013, ci vorranno ancora 3 anni per la sperimentazione e poi tireremo le somme con tutte le carte sul tavolo. Ricominciare da capo sarebbe un colpo duro per l’innovazione nella scuola.


Editoriale

Nicola Pini, Vicepresidente PLR

Le scuole da sperimentare

La scuola di oggi non è certo da buttare, anzi. Ma è proprio quando le cose funzionano che è giusto riflettere su come migliorare e migliorarsi, soprattutto in un mondo dove star fermi equivale a indietreggiare. Il gruppo PLR in Gran Consiglio ha dunque promosso e sostenuto il compromesso raggiunto in Commissione scolastica, finalizzato a investire nella scuola dell’obbligo sperimentando due modelli. Il parlamento cantonale ha infatti deciso di sperimentare non solo il modello proposto dalla Scuola che verrà, con l’introduzione nella scuola media di laboratori, atelier e momenti di differenziazione pedagogica con gruppi ridotti formati a caso, ma anche un secondo modello che – pur superando l’attuale sistema dei livelli – stabilisce una differenziazione secondo le attitudini degli allievi in alcuni laboratori (tedesco, matematica, italiano e scienze) di terza e quarta media. Modello, questo, proposto dal PLR; come proposto dal nostro partito è il fatto che la sperimentazione sia seguita da un monitoraggio serio e indipendente che speriamo fornirà spunti, dati e risultati per una decisione definitiva da parte della politica. Una decisione che sappia superare – oltre i livelli – anche i pregiudizi, i dogmi e le posizioni ideologiche, a favore della nostra scuola, che in un qualche modo deve venire, perché è il futuro della nostra società. Certo, in molti liberali radicali le perplessità sul modello di differenziazione pedagogica (al posto della differenziazione curricolare) della Scuola che verrà erano e restano molte, moltissime, in particolare per quanto riguarda la sua applicabilità, ma lo spirito illuminista e liberale è forte e impedisce di respingere – altrettanto dogmaticamente – una sperimentazione di un modello ritenuto dogmatico (modello al quale, ripeto, il PLR ha contrapposto un’alternativa). Sperimentiamo dunque, perché nessuno, né noi né gli altri, può avere il monopolio della scuola o della ragione.


“L’insegnamento scolastico non può ignorare contenuti competitivi della società. A un certo punto del suo cammino la scuola dovrà decidere chi far proseguire su una strada e chi su un’altra, distinguendo fra allievi “bravi” (scolasticamente parlando) e allievi con attitudini e doti non meno importanti, non meno nobili, ma diverse, scolasticamente meno redditizie” (Giuseppe Buffi, “Scuola ticinese”, 140, editoriale).

Bixio Caprara

La scuola che sta a cuore al PLR

Il riuscito referendum contro la sperimentazione di nuovi modelli nella scuola media ci offre la possibilità di un’ulteriore riflessione sull’importanza della formazione scolastica e sui valori da trasmettere alle future generazioni. In questo senso le parole di Buffi rimangono di grande attualità. I liberaliradicali hanno dedicato molta energia al tema. Grazie al coinvolgimento di numerosi esperti che ringrazio, è stato possibile concretizzare un modello alternativo a quello proposto nel messaggio governativo. Si è dato così seguito a quanto stabilito durante la consultazione nel comitato cantonale del 28 marzo 2017. La frase centrale del rapporto della maggioranza del Gran Consiglio che propone di approvare una fase di sperimentazione, a proposito del modello PLR dice: “Si tratta di migliorare l’orientamento dell’allievo grazie a offerte differenziate affinché il percorso formativo sia meglio allineato alle sue aspettative e potenzialità”. Il PLR ha a cuore il continuo miglioramento della nostra scuola consapevole che la buona scuola la fanno i bravi docenti e non le formule. Siamo anche consapevoli di essere l’unico cantone in Svizzera con una scuola media unica che riunisce tutti gli allievi sotto lo stesso tetto. Questo significa pari opportunità di partenza, non di arrivo. Infatti la buona riuscita scolastica presuppone un certo impegno e applicazione da parte dell’allievo. Riteniamo che grazie ad un’offerta differenziata e grazie a una formazione professionale che rende praticamente possibile qualsiasi tipo di passerella, di cambiamento e ri-orientamento, assicuriamo al giovane che dovesse scoprire anche successivamente il piacere allo studio di trovare la propria strada. La domanda al comitato sarà: di fronte a questi auspici vale la pena di sperimentare? Per amore del Ticino e delle future generazioni.


Gabriele Gendotti

Il protezionismo non fa… scuola!

Nel nostro Cantone si tende a combattere le conseguenze di scarse possibilità di occupazione per tutta una serie di persone con delle misure protezionistiche fondate su divieti e chiusure, nonché su facili, ma poco efficienti, proclami “primanostristi”. Eppure quando si cerca personale con precise competenze, nemmeno troppo alte, le nostre aziende, grandi o piccole, faticano parecchio a reperire persone con profili idonei. Pacifico che l’occupazione deve rimanere un obbiettivo prioritario di uno Stato forte e impegnato a migliorare il benessere delle cittadine e dei cittadini, serve a poco cercare errori e colpevoli o ripiegarsi su piagnistei. Vanno invece individuate contromisure attive per adattare l’offerta alla domanda. In un mondo del lavoro trasformato e con una tecnologia che imprime ai cambiamenti ritmi impressionanti serve anzitutto un’attitudine positiva nei confronti delle necessarie riforme. I tempi vanno anticipati, non subiti. Le vere risposte non possono che venire dalla formazione a partire dalla scuola dell’obbligo per passare dalla formazione professionale a quella accademica e continua. Anche perché i menzionati ritmi dei cambiamenti in atto impongono di acquisire nuove competenze, di questi tempi anche digitali, attraverso una formazione che si protrae durante tutta la carriera lavorativa. La scuola dell’obbligo dovrà continuare a dare a tutti solide basi in quelle discipline sulle quali si costruisce tutto il resto: lingua madre, matematica, lingue seconde, scienze naturali e ora, a non averne dubbio, anche informatica. Dovrà essere il più possibile integrativa affinché tutti possano raggiungere quelle competenze minime necessarie per evitare esclusioni precoci dai successivi percorsi formativi. Ma nel contempo non potrà penalizzare, o anche solo annoiare, chi ha la fortuna di possedere una marcia in più nell’apprendimento. Anche perché poi nell’ambito delle scuole superiori e della formazione professionale o accademica è sempre più difficile fare sconti: a contare è soprattutto la qualità quale premessa, fra l’altro, per accedere al mondo del lavoro. La qualità e la quantità della formazione in generale e a tutti i livelli deve rimanere l’elemento centrale dell’interazione fra lo Stato, il mondo del lavoro e la società quale premessa, non solo per la crescita economica e la capacità concorrenziale di un Paese come la Svizzera, ma anche come valore che promuove l’autodeterminazione del singolo e la sua libertà fondata sull’indipendenza economica. Sfide importanti per una società veramente liberale che giustificano costi e investimenti maggiori nella formazione in generale e nel sostegno allo studio per garantire pari opportunità di partenza, ma anche sperimentazioni per individuare in tempi i cambiamenti che si impongono.


Mauro Dell’Ambrogio

Le semplici verità della formazione

Esperti da tutto il mondo visitavano la Finlandia per scoprire le scuole considerate le migliori, ora visitano la Svizzera. La Finlandia ha ottimi risultati nei test PISA (fatti ai quindicenni secondo gli standard OCSE), ma un’alta disoccupazione giovanile, minima invece in Svizzera. La formazione deve non solo rendere bravi nei test, ma anche inserire al lavoro. Da noi poi la metà degli allievi ha almeno un genitore non nato in Svizzera. Scontato questo handicap, i nostri risultati PISA sono brillanti. Due sono i segreti del nostro successo, i medesimi che hanno fatto la fortuna della Svizzera in altri settori: sussidiarietà e milizia. La sussidiarietà impone di decidere il meno possibile in modo centrale e unitario. La Svizzera non ha un sistema di formazione “nazionale”, ma sistemi diversi in un quadro coordinato quanto basta. La diversità favorisce l’adattabilità alle condizioni locali e l’innovazione continua. I contenuti sono definiti non da una burocrazia ministeriale, ma da ciascuna università per gli studi accademici e dalle organizzazioni del mondo del lavoro per la formazione professionale. Il tasso di maturità liceale è del 35% a Basilea, del 15% a San Gallo: altrove il Ministro interverrebbe a correggere la disuguaglianza, da noi va bene così. Per milizia si pensa al fare politica o all’assumere un comando militare senza essere un politico o un militare di professione. Ma il più straordinario esempio è l’apprendistato, il cui successo fonda sul fatto che non bisogna essere di professione insegnante per insegnare una professione. Paesi che vorrebbero imitare il nostro sistema duale (parte in azienda, parte a scuola) ne sono impediti dalla resistenza dei sindacati dei docenti che difendono il loro monopolio. Qualche giornalista di sinistra mi rinfaccia talvolta che il sistema duale costa meno allo Stato: e allora? Non solo siamo i migliori ma, pur pagando bene gli insegnanti, per spese della formazione in proporzione al PIL siamo nella media dei Paesi sviluppati (OCSE).

 


Franco Lazzarotto, già direttore scuola media di Biasca

Ci vediamo al check-in?

Mi presenterò con tutta la documentazione su “La scuola che verrà”, compresa quella prima versione dipartimentale che, se così fosse stata approvata dal Gran Consiglio, mi avrebbe sicuramente visto primo firmatario di referendum. Ma proprio perché la citata versione è parecchio diversa, direi quasi stravolta, rispetto a quella recentemente presentata e votata, mi sembra che il decollo della sperimentazione possa essere condiviso. Soprattutto la proposta “versione PLR” che leggo e sento – pur se da canuto radicale d’Aventino – molto vicina alla mia concezione di scuola e quindi soggettivamente meritevole di pieno, quanto comunque sempre sperimentale, semaforo verde. Anche perché mai… passere col rosso. Con la piena riuscita del referendum sarà comunque ora l’intera comunità a dettare la rotta da seguire. Un sovrano tuttavia e fortunatamente sempre più attento, preparato, esigente e saggiamente critico, formato un tantino a questo, ma guarda un po’, magari anche dalla scuola… che fu. Sarà quindi importante che nell’urna – dopo coerente e pacata campagna con al centro unicamente la nostra scuola… – venga messo un voto convinto che possa permettere un sereno decollo della sperimentazione, come spero, o una tranquilla messa negli hangar del progetto per totale revisione. Responsabili tutti però di aver dato o privato il Paese di qualcosa che peserà marcatamente sul Ticino di domani. La posta in gioco – mai dimenticando che per la scuola non si spende, ma si investe – non è da poco. La “scuola che c’è già” ha per sua natura necessità di sempre nuovo e performante cherosene, di piani di volo moderni e di piloti sempre più convinti, convincenti e preparati, ma anche capiti, rispettati e supportati dalle tre torri di controllo, dipartimentale, politica e genitoriale. E solo simile miscela potrà far da propulsore alla messa in orbita di una condivisa, stimolante, esigente e pure inclusiva – con ognuno seduto però sul suo giusto sedile – “scuola che verrà”. Altrimenti… “svenirà”. Ci vediamo al check-in?


Maristella Polli, granconsigliera PLR

Prima però si vota e si sperimenta!

Il rapporto di maggioranza della commissione scolastica sulla sperimentazione del progetto “La scuola che verrà”, che è stato allestito, discusso e approvato dal parlamento negli scorsi mesi, ha permesso di raccogliere – voglio ricordarlo – l’adesione di forze politiche che su detto progetto hanno visioni e convinzioni diverse fra loro. E questo è sicuramente stato l’argomento dibattuto e utilizzato in modo negativo dalle forze politiche avversarie per raccogliere l’adesione e le firme dei cittadini a favore del referendum. Tuttavia, questa visione differenziata non ha impedito di convenire, anche da parte del PLR, che sarebbe stato un errore “bloccare” una sperimentazione, condividendo il principio secondo cui è auspicabile tentare soluzioni innovative per migliorare le condizioni quadro della scuola dell’obbligo, in particolare della scuola media, che lasciare tutto nello stato attuale. Tengo a precisare, come relatrice PLR del rapporto, che la sperimentazione non può e non deve essere considerata come il primo passo verso la generalizzazione di un modello che dovrà essere comunque ancora analizzato e discusso a tempo debito, anche in ambito finanziario, dal parlamento. La sperimentazione, infatti, altro non è, se non il risultato di una lunga fase di progettazione e consultazione che ha provocato critiche e perplessità e che non ha tenuto in sufficiente considerazione tutte le modifiche proposte anche dal nostro partito. Ma la fase di consultazione è sicuramente servita al PLR per elaborare un documento che ancora oggi ritiene valido ma che avrebbe portato il parlamento, qualora non avessimo aderito al rapporto di maggioranza, al rigetto definitivo della riforma scolastica voluta da tutti. Partiamo dal principio che l’attuale scuola media è una buona scuola ma che – e su questo punto sono tutti d’accordo – può e deve essere migliorata. Ciò non vuol dire rivoluzionare, ma modificare, adeguare alle nuove esigenze della società, e apportare soluzioni innovative pedagogicamente e didatticamente aggiornate. Ribadisco che non tutti i liberali radicali si ritengono soddisfatti della versione sperimentale proposta dal nostro partito, ma noi siamo convinti della decisione presa e la sosteniamo con vigore.