Il referendum contro la riforma “La scuola che verrà” è riuscito e, sul progetto, i cittadini saranno chiamati ad esprimersi il 23 settembre. Noi abbiamo incontrato il direttore del DECS Manuele Bertoli e il presidente dell’UDC Ticino Piero Marchesi per un primo confronto.

Domande:

  1. A settembre per la scuola sarà tempo di esame alle urne. Ci dica tre ragioni per le quali i cittadini dovrebbero votare sì/no.
  2. Cosa succederebbe al ondo della scuola con un no alle urne? Si rischia l’impasse?
  3. Il referendum ha raccolto 9414 firme. È una cifra che la sorprende?
  4. Un simile appoggio significa che la riforma è stata discussa troppo sui banchi della politica e troppo poco nella società civile?
  5. Passiamo ai contenuti. Quali sono i punti positivi di questo progetto/cosa non le piace della riforma del DECS?
  6. Quanto ha inciso l’avvicinarsi delle elezioni cantonali nel lancio del referendum?
  7. Politicamente parlando, il 23 settembre si voterà sostanzialmente sul progetto?

 

CONTRARIO – PIERO MARCHESI, presidente dell’UDC Ticino

«Usare la scuola per scopi elettorali? Forse qualcuno ha la memoria corta»

1. «Una riforma della scuola dopo 40 anni è certamente necessaria, oltre che auspicata per adeguare il quadro legislativo alle mutate esigenze della società. Il progetto proposto dal DECS però proprio non ci piace. La nostra posizione non è certamente nuova. Sia nella Commissione scolastica che in Parlamento, i nostri rappresentanti avevano espresso contrarietà al progetto e avanzato una serie di proposte per migliorarlo. I partiti di Governo, a parte la Lega, hanno però rigettato tutto, per questo motivo ci siamo appellati al referendum. La riforma ha certamente obiettivi condivisibili, come quello di “accompagnare bambini e ragazzi là dove le loro qualità personali permettono loro di arrivare’’. Manca però completamente una coerenza con le strategie didattiche e le modalità per perseguire gli obiettivi indicati. Si vuole abolire il concetto di merito, di impegno personale e, in divenire, la valutazione dei singoli allievi a cui siamo oramai abituati, eliminando le note d’insufficienza, le bocciature e le ripetizioni di classe, garantendo il proscioglimento dalla scuola dell’obbligo a tutti, indipendentemente dai risultati. Un’impostazione altamente squalificante per allievi e docenti, che verrebbero marginalizzati e sostituiti dal “sistema”, oltremodo diseducativo per i nostri giovani. Inoltre si intende promuovere il concetto di inclusione, termine oramai abusato, che finirà per rendere tutti gli allievi più uguali, livellandoli irrimediabilmente verso il basso. L’impostazione promossa dal DECS è pericolosa e metterà in difficoltà i nostri giovani quando si confronteranno con gli studi superiori e il mondo del lavoro. Metterli sotto una campana di vetro non li renderà migliori».

2. «Con un no il DECS dovrà elaborare un nuovo progetto coinvolgendo tutte le parti interessate. Questo sì inclusivo delle migliori idee, così da formulare una riforma a beneficio del futuro dei nostri giovani. D’altronde la riforma della scuola è rimasta in stallo per molto tempo. Se speso per elaborare un progetto migliore, un anno di ritardo verrà ripagato dal consenso e dalla migliore qualità dell’istruzione pubblica».

3. «Inizialmente abbiamo fatto fatica a raccogliere l’adesione dei ticinesi perché il tema era poco conosciuto, anche perché era stato trattato quasi in sordina. Poi dietro le quinte e lontani dalle possibili attenzioni del DECS, diversi docenti ci hanno aiutato nella raccolta. Abbiamo avuto la conferma che il corpo docenti e gli addetti ai lavori, non sono così compatti dietro al progetto come invece sostenuto da Bertoli».

4. «Nei lavori parlamentari Bertoli ha ammesso che la naturale evoluzione della sperimentazione avrebbe portato all’adozione della riforma. Seppur senza una chiara indicazione di come e da chi sarebbe stato verificato il test, il Gran Consiglio ha deciso di approvare il credito. Riteniamo che un progetto di tale portata, che vorrebbe definire le condizioni per l’istruzione dei nostri giovani per i prossimi decenni, debba necessariamente passare da un ampio dibattito e da una decisione popolare».

5. «Direi soprattutto il modo in cui si vuole raggiungere i risultati, come anticipato in apertura».

6. «La nostra contrarietà risale a inizio legislatura. In tempi non sospetti il nostro gruppo aveva presentato una riforma della legge scolastica. Abbiamo risposto alle consultazioni e Sergio Morisoli ha formulato varie proposte in Commissione , esprimendo le stesse obiezioni che descrivo oggi. Chi ci accusa di voler usare il tema in chiave elettorale ha la memoria corta o pochi argomenti a sostegno del progetto».

7. «Se Bertoli non avesse avuto bisogno di 6,7 milioni per sperimentare, starebbe già implementando la riforma senza dover passare dal Parlamento. Per via del credito e delle 9.414 firme invece si voterà su un tema molto importante. Approfittiamone per rimandare al mittente la proposta per ottenere un progetto migliore».

 

FAVOREVOLE – MANUELE BERTOLI, direttore del DECS

«Ma l’importo serve per la fase test, non per generalizzare la proposta»

1. «Innanzitutto perché nella formazione, dopo aver investito molto negli ultimi 20 anni per il settore universitario, è tempo di farlo anche a favore della scuola dell’obbligo, la scuola che tutti i bambini e ragazzi frequentano, quella che aiuta a costruire le basi del loro bagaglio culturale, delle loro competenze, quella che li deve accompagnare il meglio possibile verso il periodo delle scelte, ovvero il settore postobbligatorio. Al contrario di quanto sostengono i referendisti il progetto, che ha avuto un’importante evoluzione e non è più lo stesso della consultazione del 2016-2017, è l’esatto contrario di uno smantellamento. In secondo luogo perché il fulcro del progetto è la creazione di condizioni che permettano una maggior vicinanza dei docenti agli allievi grazie ad ore a classe dimezzata, ore con doppia docenza e una valorizzazione delle opzioni alle scuole medie. Un processo che inizierà già alle scuole comunali, ma che alle medie vedrà complessivamente non meno di un terzo delle ore nelle 8 discipline considerate organizzate a metà classe o con doppio docente, il 40% in III media e il 50% in IV media. In questo modo gli allievi possono essere seguiti meglio, la loro individualità e la loro personale velocità di crescita potrà essere presa in considerazione, ma al contempo essi cresceranno assieme, senza separazioni formali grossolane e non di rado sbagliate, come quelle generate dai livelli. In terzo luogo potremo finalmente superare il sistema dei livelli, che oggi resiste solo in III e IV media a tedesco e matematica, che genera parecchio stress ad allievi e famiglie, che viene letto come una classificazione degli allievi in bravi e meno bravi e che stigmatizza anche le scuole del settore professionale, che accolgono molti allievi con i livelli B e per questo sono considerate a torto di minor qualità. Il momento delle scelte e dei bilanci sul bagaglio costruito durante la scuola dell’obbligo va portato alla fine della IV media, fino a quel punto la scuola deve accompagnare il più possibile l’allievo. Questo non significa che la scuola non debba essere esigente o addirittura regalare qualcosa, significa stare a fianco degli allievi ed aiutarli in base a quel che possono dare passo dopo passo».

2. «Un no metterebbe fine a questo progetto che oggi è pronto per la fase sperimentale. E, molto probabilmente, per qualche tempo bloccherebbe l’innovazione scolastica. Di fronte ad una società che cambia fermarsi sarebbe un danno per le giovani generazioni. Tanto più che il credito su cui si vota è quello per la sperimentazione. Non per la generalizzazione della riforma».

3. «E’ una cifra usuale per questo genere di raccolte. Sufficiente, ma un risultato non particolarmente significativo».

4. «Non credo si possa tirare questa conclusione. I referendisti si sono organizzati per raccogliere le firme facendo capo alla rete di contatto di cui dispongono, nonché al pagamento di almeno parte dei raccoglitori, come attestano alcuni annunci comparsi sui giornali».

5. «Il modello ha avuto un’importante evoluzione, i punti principali li ho già descritti e sono il frutto di un lungo iter di consultazione, discussioni, approfondimenti. Quel che non è cambiato è l’obiettivo: vogliamo che la scuola possa essere ancora più vicina all’individualità degli allievi, che i docenti abbiano gli strumenti per farlo e al contempo che gli allievi possano crescere in un contesto unico, nel quale la diversità, la cooperazione, la relazione tra di loro non siano frustrate da divisioni artefatte».

6. «Non lo so, è una domanda da porre ai referendisti».

7. «Me lo auguro, sarebbe ben triste se le cose andassero altrimenti. Per questo faccio appello ai referendisti affinché ci si confronti sui contenuti della riforma e della sua sperimentazione per quello che è. Non su altre cose».