Il referendum è uno strumento fondamentale della democrazia diretta. affinché sia utilizzato in modo corretto è essenziale che sin dalla raccolta delle firme sia accompagnato da un’imparziale informazione ai cittadini. non è il caso del referendum “no allo smantellamento della scuola pubblica”. Questa denominazione disinforma volutamente il cittadino, facendogli credere che si stia distruggendo la scuola. sarebbe stato molto più trasparente e onesto chiedere le firme per un “no al credito di 6’730’000 franchi, votato dal Gran Consiglio, per la sperimentazione della riforma la scuola che verrà”. i referendisti sostengono di volere un dibattito pubblico sulla scuola. È sempre benvenuto in democrazia, a condizione che sia basato su fatti e documenti attendibili e sia l’alternarsi di argomentazioni e contro-argomentazioni fondate razionalmente nel rispetto di chi la pensa diversamente.

Sperimentazione, valutazione, decisione

il comitato referendario è contrario alla sperimentazione perché sostiene che, qualunque sia l’esito, la riforma sarà applicata sicuramente in tutto il ticino. Un’affermazione smentita da un documento ufficiale – il rapporto della Commissione speciale scolastica, firmato da 13 parlamentari (5 Plr, 3 Ppd, 3 Ps, 1 lega, 1 verde) – alla base della decisione del Gran Consiglio, in cui si legge: “la sperimentazione non può e non deve essere considerata come il primo passo verso la generalizzazione di un modello che dovrà essere comunque ancora analizzato e discusso a tempo debito, in base alle risultanze della medesima”. Infine, si tratterà di vedere quale riforma sarà generalizzata, poiché si sperimenteranno due modelli (Decs e Plr) con caratteristiche ben diverse.

Obiettivi adatti alle proprie capacità

Un autorevole esponente del comitato referendario ha recentemente scritto che “il progetto della nuova scuola è palesemente ideologico”. È un’opinione che si fonda su una fallacia argomentativa conosciuta come avvelenamento del pozzo, che consiste nel rifiutare una proposta senza entrare nel merito, perché viene da una persona (in questo caso il direttore del Decs) o da un partito (il Ps) dei quali è bene diffidare poi- ché da loro non può giungere nulla di buono. Sostenere che “la filosofia di sinistra vorrebbe che tutti arrivassero al medesimo livello” non corrisponde agli obiettivi della riforma. È il classico e ben noto argomento fantoccio che consiste nell’utilizzare concetti e parole non presenti nel progetto per meglio attaccare la posizione avversaria. I documenti ufficiali non indicano queste finalità e la Commissione parlamentare le smentisce: “Ogni ragazzo dovrà avere la possibilità di perseguire un obiettivo, un traguardo, adatto al meglio alle proprie capacità”.

Sperimentazione di due modelli, senza cavie

Merita una precisazione anche l’affermazione che “diversi genitori sono insoddisfatti di vedere i loro figli fare da cavia in un esperimento poco chiaro”. Siamo in presenza di un argomento ad populum, che consiste nel respingere la riforma, perché la gente la pensa in questo modo. Ma la gente ha necessariamente ragione? Non potrebbe sbagliarsi, soprattutto se non possiede conoscenze specifiche di pedagogia e didattica? Ai cittadini va detto chiaramente che La Scuola che verrà tocca le scelte pedagogiche, didattiche e organizzative: lezioni, laboratori (il docente lavora con metà classe), atelier (doppio docente in classe), settimane o giornate progetto, non i contenuti, presenti nel Piano di studio, quindi nessun allievo farà da cavia.

Investire nella scuola non è smantellare

Il progetto La Scuola che verrà è stato presentato dal Decs nel dicembre del 2014. Nel mese di marzo 2018 il Gran Consiglio ha votato il credito per una sperimentazione, della durata di tre anni, in tre sedi di Scuola comunale e in quattro sedi di Scuola media. La riforma non mi convince completamente, ma introduce novità interessanti e vantaggiose per la qualità dell’insegnamento, come ad esempio i laboratori e gli atelier, che meritano una sperimentazione. Impedire quest’ultima, dopo tre anni e mezzo di studi, discussioni, modifiche, lavori commissionali e decisioni parlamentari, comporta perdite di tempo, che la scuola non può permettersi considerati i veloci e inarrestabili cambiamenti sociali, ai quali deve saper rispondere. Giusto “permettere al popolo di dire la sua”, ma il popolo va informato correttamente. C’è un dovere etico dei politici di dire le cose come stanno. E allora si inizi con il dire che investire 34,5 milioni all’anno (questo costerà La scuola che verrà, se supererà le prove della sperimentazione) non è smantellare, ma credere nella scuola pubblica ticinese e potenziarla.