Sperimentare la riforma e studiare per la vita

Pietro Martinelli, già Consigliere di Stato
Corriere del Ticino, 15.9.2018
Fare una riforma della scuola, mettere più soldi nella scuola, oggi ancora più di ieri, è importantissimo, ma è difficile. È difficile ottenere consenso all’interno della scuola, perché chi la vive con passione è portato umanamente a ritenere prioritari i problemi con i quali lui è confrontato direttamente per cui, se quei problemi non sono al centro della riforma, ritiene di non essere stato ascoltato e che quei soldi magari servono, ma potrebbero essere usati meglio.
È difficile ottenere consenso all’esterno perché la scuola in qualche modo interessa (quasi) tutti: le famiglie, la cultura, l’economia, le religioni, la società, per cui qualsiasi riforma si presta facilmente a speculazioni politiche. In particolare, se la riforma aumenta gli investimenti pubblici anche a favore dei più deboli, viene spesso descritta dagli oppositori come rossa, come socialista. Dimenticando che il preambolo della nostra Costituzione recita tra l’altro che «il Popolo e i Cantoni (…) sono consci che la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri».
Irto di ostacoli è quindi anche il cammino di questa riforma il cui obiettivo è quello di mettere più soldi a disposizione della scuola per venire incontro anche (ma non solo) a quegli allievi che incontrano difficoltà nello scegliere la propria strada, nel capire le proprie capacità, nell’imparare ad affrontare la vita, nell’imparare a superare le delusioni, nel mantenersi ottimisti pur mettendo a frutto le dure lezioni della vita, nel comprendere che la vita è fatta di diritti e di doveri. Un processo spesso difficile, difficoltà che molti di coloro che sono entrati nell’età adulta hanno conosciuto, dove la fortuna gioca un ruolo importante, ma dove la fortuna principale è quella di trovare persone (nella famiglia, nella scuola, nella vita) che sappiano darti attenzione. E l’attenzione richiede anche disponibilità di tempo.
Questo progetto di riforma della scuola dell’obbligo è il risultato di un lavoro di analisi, di proposte, di consultazioni nella scuola e nel Paese, di cambiamenti, che è durato quattro anni. Poi nel mese di luglio del 2017 si è convenuto di pubblicare un messaggio governativo che chiede un credito di 5,3 milioni per tre anni (portati dalla Commissione a 6,7 milioni in quattro anni) per la sperimentazione di quella parte del progetto di riforma che garantisce più sostegno individualizzato agli allievi della scuola dell’obbligo. Nella Commissione speciale scolastica del Gran Consiglio, che ha esaminato il messaggio, tutti hanno ritenuto necessaria una riforma, dopo oltre 40 anni dalla legge sulla scuola media unica, considerato che i cambiamenti intervenuti nel frattempo nella società e nell’economia richiedono più flessibilità mentale, capacità nel corso della vita lavorativa di acquisire nuove conoscenze, capacità di adattare il nostro comportamento a situazioni nuove, a volte inaspettate. Un problema che non riguarda più solo una élite, ma tutte le nuove generazioni, quale che sia la professione scelta.
In commissione i rappresentanti di PLR, PPD, PS e Verdi (ma anche, per le conclusioni, un rappresentante della Lega) hanno cercato un compromesso tra concezioni diverse che permettesse alla riforma, ritenuta da tutti necessaria, di continuare il suo iter. Gli altri, i rappresentanti della Lega e della Destra, hanno presentato un rapporto di minoranza che la grande maggioranza del Gran Consiglio ha bocciato. Allora hanno deciso di raccogliere le firme (a pagamento !) e lanciare un referendum con due conseguenze negative. La prima riguarda la scelta di sottoporre un problema così delicato, che richiederebbe concertazione, mediazione, ricerca di soluzioni dove tutti alla fine possano ritenersi in qualche modo vincitori (come hanno fatto i commissari della maggioranza) in un confronto a somma zero dove gli uni vincono tutto e gli altri perdono tutto. La seconda l’inevitabile strumentalizzazione politica del problema da parte di chi ha lanciato il referendum. Una strumentalizzazione fatta di ideologia, di fake news, a volte volgare e astiosa, una strumentalizzazione che ha fatto scrivere alla redazione di «Progresso sociale», un periodico vicino al PLR: «Che tristezza fare campagna elettorale sulla pelle dei giovani».
Una strumentalizzazione fatta anche di un grottesco processo alle intenzioni, dove alla riforma vengono attribuiti molti «ismi» quali il «centralismo», il «relativismo» (sic) e l’«egualitarismo perché persegue la parità di arrivo anziché la parità di partenza». Egualitarismo perché alla fine della scuola dell’obbligo (l’arrivo ?) si vorrebbe che tutti i giovani avessero le conoscenze e le capacità necessarie per affrontare in modo indipendente e responsabile la vita. Egualitarismo perché la riforma chiede in sostanza di dedicare più tempo a chi, per motivi diversi, ha più difficoltà, ma anche di dare ai docenti il tempo necessario per accendere nuove curiosità, oltre il programma, negli allievi più bravi. Giovanni Sartori («Democrazia cos’è», Rizzoli, 1993) direbbe «rendere gli allievi uguali come giusto e non uguali come identici».
«La scuola che verrà» non è neppure una rivoluzione del nostro sistema scolastico. Perché la «rivoluzione» semmai, quella che, con buoni risultati, ha reso differente la nostra scuola dell’obbligo da quelle degli altri Cantoni (una distinzione giustificata anche dall’essere una piccola minoranza linguistica, dall’avere un’economia e un mercato del lavoro molto particolari e dall’eredità lasciata da Stefano Franscini) è avvenuta nel 1974 con la Scuola media unica, quando direttore del Dipartimento era il liberale-radicale Ugo Sadis.
Quanto sottoposto a votazione popolare si limita in sostanza all’introduzione sperimentale in quattro istituti di scuola media (e in tre di scuola elementare) di «laboratori» in tutte le principali discipline (otto) dove il docente ha una classe dimezzata come numero di allievi, per cui può svolgere un lavoro personalizzato con gli studenti, e di «atelier» dove il docente è coadiuvato da un insegnante di sostegno che aiuterà gli allievi che hanno bisogno di spiegazioni supplementari. Si tratta quindi di creare spazi importanti dove, se utilizzati bene, l’allievo potrà accorgersi di ricevere qualcosa che lo riguarda direttamente, dove potrà sentire con quanta attenzione il docente cercherà di capire i suoi problemi, dove si sentirà protagonista unico del lavoro del docente. Dove l’allievo avvertirà che la scuola «non è tarata su un allievo medio», ma sa valutare e seguire le differenze.
Quando (dal 1963 al 1985) ho insegnato «statica delle costruzioni» alla STS (oggi SUPSI) negli ultimi anni avevo introdotto gli «esercizi in classe», dove passavo di banco in banco a discutere con ogni singolo allievo (ma ne avevo al massimo 15 ) di definizioni e della relazione tra definizioni, formule, soluzione dei problemi. Un lavoro che alla fine permetteva di portare tutti gli allievi a possedere il necessario e quelli più bravi a guardare ben oltre il programma. Evidentemente ero facilitato dall’età degli allievi, dal fatto che fosse una scuola professionale e che la «statica delle costruzioni» era una materia fondamentale per la loro professione. Ma quel lavoro personalizzato oggi è diventato, a mio parere, necessario in ogni materia e in ogni ordine di scuola.
Il 23 settembre votiamo sì alla sperimentazione proposta dalla Commissione speciale scolastica del Gran Consiglio e aspettiamo con fiducia la valutazione dei risultati. Che non sarà il risultato di una formula matematica, ma una conoscenza in più di un problema complesso.