di Alberto Nessi – Voci / Riflessione in forma di racconto sulla scuola di ieri e su quella che verrà

Il bello del mestiere dell’insegnante è che si impara. Io, per esempio, ho insegnato per quarant’anni in vari ordini di scuola, dalle elementari alla Supsi e, oltre a imparare dagli allievi, ho appreso ciò che sembra banale e invece è fondamentale: l’insegnante si rivolge all’individuo. Ho cominciato nel settembre del 1959. Non avevo ancora diciannove anni e mi sono trovato nell’aula di una scuoletta di campagna con tre classi di bambine e bambini pieni di vita nella stessa aula, come l’acqua fresca e tumultuante di un ruscello che talvolta esonda. Andavo a scuola in bicicletta, da Chiasso dove abitavo fino a Novazzano, arrancando sulla salita della Torraccia. Poi comprai una Vespa di seconda mano con la quale una volta mi capitò d’impantanarmi nelle pozzanghere della Passeggiata. Siccome avevo una pluriclasse – prima, seconda e terza tutti insieme –, cercavo di mettere in pratica il principio della collaborazione: i grandi aiutano i piccoli, i più forti danno una mano ai più deboli. Quella solidarietà che è così difficile trovare nel mondo degli adulti.
Una scuola attiva
I miei di prima impararono a leggere e a scrivere seguendo il metodo naturale, che allora era una cosa all’avanguardia: non si parte più dalle “aste” e dalla singola lettera ma dalla parola o dalla frase, non è così che si parla? L’aria della campagna entrava dalla finestra, dalla quale potevo vedere una corte con le foglie di tabacco sulla lobbia. La Gemma mi portava l’uva bianca. Un fotografo ambulante arrivava in primavera a fotografare la scolaresca e il maestro, che si metteva in cattedra con accanto il vaso di fiori. E sorrideva. Quando passai alle elementari di Chiasso, continuai ad applicare in parte i principi della scuola attiva. Ricordo che tentai perfino di insegnare la grammatica in modo giocoso aiutandomi con il lancio della palla, a rischio di colpire i mobili e la lampada che pendeva dal soffitto sulle nostre teste… La didattica dev’essere ludica, se non vuol cadere nel barboso. Un bel giorno arrivò nella nostra classe il figlio del giostraio, che non aveva dimora fissa. Era nomade e ci portò una ventata di esotismo. Ho imparato, durante i miei anni di maestro e poi di professore, che ogni allievo è un individuo da rispettare e da considerare secondo la sua origine, la sua storia personale, il suo carattere. Naturalmente l’insegnante non può fare miracoli, ha un programma da svolgere e tutti gli scolari sono uguali per lui: ma, dentro questa uguaglianza, dovrebbe mirare allo sviluppo armonico di ogni mente e cercare di assecondare il ritmo di apprendimento di ogni discente.
Una questione di rispetto
Mi sembra, quello del rispetto, uno dei cardini che reggono la riforma proposta dal Dipartimento con “La scuola che verrà”; l’altro è l’abolizione dei ghetti – corso A, corso B – e il desiderio di dare a tutti le stesse opportunità, nell’attenzione per la specificità di ciascuno. Sono andato a rileggere la traccia del progetto dipartimentale, che verrà messo in votazione a settembre insieme con l’altro modello proposto dal parlamento, e vi ho trovato uno spirito positivamente innovativo: spirito che dovrebbe animare pedagogia e didattica, se vogliamo stare al passo con i tempi, aiutare il bambino ad affrontare la battaglia della vita e fornirlo di armi conoscitive e spirituali che gli permettano di vivere in società: perché la vita sociale è fatta anche di competizione e di conflitti. Se non è la scuola dell’obbligo a fornire queste armi, chi potrà fornirle? Nella traccia del progetto si propongono laboratori e atelier a classi ridotte, per un insegnamento più mirato, dunque più individualizzato: ben vengano queste riforme intese a “far progredire ogni allievo, forte o debole che sia”. È un buon principio. Certo, il risultato dipende sempre dalla sensibilità dell’insegnante: educare è un lavoro difficile e delicato. L’educatore si rivolge non solo alla mente ma anche al cuore dell’allievo; e la maieutica è l’arte di tirar fuori quello che c’è dentro, per tendere alla verità. Della pedagogia orecchiata alla Scuola magistrale, ricordo almeno il detto di Montaigne: è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. La scuola ha una grande responsabilità nell’insegnare a pensare con la propria testa, guardare con i propri occhi, ascoltare con i propri orecchi, non lasciarsi indottrinare dai demagoghi, aprirsi alla conoscenza: perché i giovani non diventino dei burattini che dicono sempre di sì. Per questo, è un bene che il progetto proposto dal nostro Dipartimento raccolga l’eredità della Scuola media unica voluta, con grande senso etico e civico, da Franco Lepori nel secolo scorso. Avere una testa ben fatta vuol dire, soprattutto, non lasciarsi travolgere dalla corrente di slogan, falsità e irrisione che sta inquinando la democrazia anche da noi.