Un convinto sì alla sperimentazione

Renato Reichlin, Bellinzona, già insegnante del settore Medio e Medio Superiore
Corriere del Ticino, 19.9.2018
Io voto un convinto sì a «La scuola che verrà». Un bel sì per una molteplicità di ragioni. Voto sì, perché credo che la scuola debba essere un cantiere sempre aperto, soprattutto di fronte all’entità e alla velocità delle trasformazioni in atto.
Voto sì, perché è bene che periodicamente la scuola sottoponga a verifica e sperimentazione le proprie modalità e i propri strumenti.
Voto sì, perché per gli insegnanti (sono stato uno di loro) una sperimentazione è un’imperdibile occasione per riattivare energie, stimolare passioni e risorse professionali, con ricadute indiscutibilmente benefiche per allievi, famiglie e società tutta. Voto sì, perché sono da sempre a favore di ciò che può contribuire a profilare nuovi orizzonti, stimolare riflessioni, focalizzare nuovi obiettivi.
Voto sì, perché «La scuola che verrà» corregge quello che ho sempre considerato il peccato originale della Scuola media unica: considerare l’uguaglianza tra i ragazzi come dato di partenza anziché come meta ideale verso cui convergere.
Voto sì, perché «La scuola che verrà» indica anche nuove strade e nuovi mezzi per conseguire tale meta ideale, rispondendo tra l’altro anche a un’annosa e legittima richiesta dei docenti: poter insegnare in classi più contenute, dove sarà finalmente possibile un inedito e proficuo dinamismo allievo-insegnante e allievo-allievo. Voto sì a un progetto che guarda avanti e chiede di potersi impegnare a migliorare un’istituzione come la scuola, diventata così fondamentale in un’epoca di crisi quando non addirittura di dismissione del ruolo della famiglia.
Sono ovviamente pronto a votare sì a un’iniziativa che anche in Ticino offrisse finalmente agli insegnanti delle Scuole medie e medie superiori la possibilità di essere direttamente coinvolti nelle discussioni e decisioni che riguardano la scuola e la formazione e dunque di essere eleggibili a pieno titolo (e non al 50% di occupazione) in Gran Consiglio e quindi membri delle rispettive Commissioni, dove su questi temi si propone e discute, ciò che è da sempre permesso ai medici per trattare di sanità e agli avvocati per trattare di leggi (per i quali non sembra valere la regola del controllore-controllato).
La loro piena eleggibilità potrebbe essere anche un’opportunità per restituire agli insegnanti quella dignità e quella considerazione che troppo spesso la politica-partitica ha contribuito a svalutare.
Ma per questo sarebbe necessaria una riforma ancora più urgente, proprio quella del sistema politico/partitico, che invece sembra crogiolarsi nell’assenteismo che il sistema stesso causa e che, quando va bene, fa solo finta di denunciare.