Accusa gratuita e infondata

Di Emanuele Berger, direttore della Divisione della scuola e coordinatore del Decs
laRegione, 7.9.2018
Il deputato Andrea Giudici lo scorso 5 settembre replicava su questo giornale a un articolo del direttore del Decs Manuele Bertoli, nel quale egli rispondeva allo stesso Giudici contestando la presunta matrice francese del progetto La scuola che verrà. Nella sua replica Giudici insinuava che il gruppo redazionale del progetto abbia intenzionalmente omesso di citare alcuni autori, o che addirittura abbia commesso una serie di plagi. Siccome si tratta di affermazioni gravi e pesanti, d’accordo con il consigliere di Stato sono nella necessità di rispondere in qualità di responsabile sia del progetto sia del gruppo redazionale. In primo luogo è necessario ribadire che il gruppo redazionale non ha mai discusso né esaminato alcuna delle riforme scolastiche francesi che si sono succedute dagli anni Settanta in poi. Non che qualcuno abbia pensato che il farlo potesse essere un ‘peccato’; semplicemente l’interesse si è rivolto altrove, verso una letteratura e delle esperienze considerate più interessanti in relazione alla nostra realtà. Se dalle bibliografie che accompagnano la documentazione relativa alla Scuola che verrà sono assenti gli autori che il deputato Giudici associa alle riforme francesi, è semplicemente perché le stesse non sono state prese in considerazione. Nel caso il progetto ticinese si fosse ispirato ai modelli transalpini evocati dal deputato, il gruppo di lavoro non avrebbe avuto davvero nessuna ragione di omettere volontariamente dalla documentazione i relativi riferimenti bibliografici. Lo prova il fatto che riferimenti a modelli scandinavi o canadesi sono presenti nei testi, e non sono stati né omessi né mascherati. Ora, il granconsigliere ritiene di “provare” il contrario rilevando una serie di concetti presenti nella Scuola che verrà che ritrova anche in testi e autori francesi, tra cui il pedagogista Philippe Merieu: concetti come differenziazione, competenze trasversali, saper fare e saper essere, approccio didattico induttivo, e altro ancora. Posso assicurare che questi concetti possono tranquillamente essere ritrovati anche in testi belgi, tedeschi, polacchi, maltesi. O anche nelle opere di grandi pedagogisti del passato come Montessori, Ferrière, Claparède. Tutti autori né richiamati né citati nel progetto La scuola che verrà. Perché? Semplicemente perché le teorie e i concetti elaborati da questi pedagogisti sono da tempo ritenuti come ac- quisiti dalle scienze dell’educazione, come l’ABC, per cui non è necessario né possibile citare tutti gli autori che ne hanno parlato, se non quando si affrontano aspetti specifici, come è il caso di molti passaggi contenuti nei documenti sul progetto di riforma. Posso capire che, a chi come il deputato proviene da altre discipline, manchi una certa familiarità con la terminologia delle scienze dell’educazione. Ma che questa scarsa dimestichezza possa portare a insinuare la disonestà intellettuale di professionisti operanti nella scuola è comunque un fatto che sbigottisce, un’illazione infondata che non può essere accettata, per la sua inconsistenza e perché non aiuta alla comprensione delle cose da parte della politica e dell’opinione pubblica. Alberto Piatti, direttore del Dipartimento formazione e apprendimento della Supsi, in un recente articolo sul ‘Corriere del Ticino’ ha ricordato l’esistenza di un ferreo codice etico dei ricercatori. Posso assicurare che anche tutte le persone di scuola che hanno lavorato e che lavorano all’interno del Decs, e nel team del progetto La scuola che verrà, sono animate da una dimensione etica altrettanto solida, e da un’onestà intellettuale altrettanto radicata. A tal punto che sono state all’origine di una consultazione in due tappe molto articolata, che ha portato a una sostanziale revisione del modello iniziale e che ha voluto mettere definitamente alla prova la proposta attraverso una fase pilota di tre anni. L’auspicio è quindi che il dibattito, anche critico, si svolga sul piano della realtà e delle proposte concrete (come l’offerta di momenti in cui i docenti possono insegnare rivolgendosi a piccoli gruppi, così da essere maggiormente vicini ai loro allievi, oppure durante lezioni condotte con un collega, sempre per poter meglio seguire tutti e ciascuno), e non utilizzando il metodo dell’illazione infondata per denigrare coloro che onestamente e con impegno hanno lavorato parecchio per il miglioramento della qualità della scuola.