Apologo sulla scuola che era e che sarà

Enrico Morresi, Massagno
Corriere del Ticino, 12.9.2018
Conosco un ragazzo che a scuola non era né il migliore né il peggiore (anche perché sempre dietro alle sue letture e perciò, come si diceva, via con la testa). Figlio di un onesto commerciante al quale erano andati male gli affari, nel 1947, a dieci anni, finita la scuola elementare, fu iscritto alle Maggiori e non al Ginnasio, per un calcolo di spesa probabilmente obbligato da parte della sua famiglia. Al Ginnasio, infatti, si pagava una tassa di iscrizione e i libri si dovevano comprare, però si leggeva l’Iliade e i Promessi Sposi, si imparava l’algebra (i calcoli fatti con le lettere dell’alfabeto) e l’analisi logica (soggetto, predicati, complementi e poi l’analisi del periodo). Alla Scuola maggiore ci si limitava invece all’analisi grammaticale (nome, pronome, aggettivo, verbi…) e al calcolo numerale (unità, decine, centinaia…); la sola lingua straniera che si imparava era il francese – che non aveva «i casi» – e misure e geometria si declinavano in numeri (*). Il Ginnasio preparava alle professioni, la Scuola maggiore ai mestieri. Non dico che fosse una cattiva scuola, la Scuola maggiore: di fatto, però, i suoi ex compagni delle elementari che avevano frequentato il Ginnasio andarono poi al Liceo, all’Università – uno divenne avvocato, uno ingegnere, altri non ricordo – nessuno invece di quelli usciti dalle Maggiori: la selezione operata quando avevano dieci anni aveva avuto un effetto definitivo. Il ragazzo che io conosco finì per caso nell’amministrazione di un giornale, dove trovò un ambiente stimolante per la sua curiosità e i suoi interessi. Fece carriera, divenne resocontista del Gran Consiglio, addirittura redattore capo, e nei primi anni settanta, quando era in gioco la soppressione della divisione Scuola Maggiore-Ginnasio, difese la novità sul giornale contro chi sosteneva che avrebbe provocato un livellamento della scuola verso il basso. La riforma Sadis/Caratti/Lepori passò, la nuova Media unica avrebbe sfornato i bravi e i meno bravi in proporzioni più o meno uguali. Sono passati molti anni e il problema della selezione si è riaffacciato, perché le esigenze del ciclo superiore, a causa dell’avvento di nuove discipline come l’informatica, sono aumentate. Quel ragazzo di cui dicevo ora è in pensione, e come cittadino il 23 settembre sarà invitato a deporre una scheda nell’urna per decidere se consentire una sperimentazione nel ciclo di Scuola media, intesa ad attenuare nuove selezioni nell’apprendimento di certe materie. Riflette al ragazzo degli anni cinquanta che ha conosciuto e lo vede più o meno simile a un allievo «normale» delle Medie di oggi: non bravissimo e neppure un cretino. Ragiona anche che se è vero che un tale Sergio Grandini o, più di recente, un Sergio Ermotti (Chief Executive Officer della maggiore banca svizzera) hanno scalato l’Everest della loro professione partendo dalla scuola per apprendisti di commercio, per altri la selezione è stata una parete di roccia invalicabile. E allora, non perché è di sinistra invece che di destra, non perché gli sia simpatico o antipatico il «ministro» Bertoli, ma pensando a quel ragazzino di allora e ad altri che oggi forse gli somigliano, deporrà un convinto sì nell’urna, dando fiducia alla sperimentazione de «La scuola che verrà». La scuola dell’obbligo non deve selezionare: ci penserà poi la vita, che non fa sconti a nessuno.
(*) Questi dati si riferiscono agli anni scolastici 1947-1950. Successivamente, anche prima della «riforma» degli anni Cinquanta, le differenze furono almeno un poco attenuate.