Eppure la sperimentazione è un atto dovuto ai nostri studenti

Katya Cometta, vicepresidente Sì alla scuola di tutti
Corriere del Ticino, 13.9.2018
Quella che con il voto del 23 settembre desideriamo poter sperimentare è una scuola nuova, una scuola di tutti che offra ad ogni allievo le giuste possibilità per crescere, per acquisire il sapere, per inserirsi nel mondo del lavoro e nella vita che lo attende. È per me un progetto ragionevole e vi spiego perché, senza dimenticarmi di evidenziare che la nostra è una scuola colorata, fatta di tanti elementi che creano un quadro che vogliamo sia il più completo possibile. Soprattutto, quella ticinese è la scuola di tutti, pensata per gli allievi, per ogni bambino ticinese aiutato dai docenti nel suo percorso di apprendimento.
La sperimentazione de «La scuola che verrà» non è un UFO caduto improvvisamente dalla galassia in Ticino. Il progetto che vogliamo sperimentare in sette delle nostre sedi scolastiche è frutto di un lungo lavoro e di approfondite modifiche fatte sulla base di una consultazione i cui risultati sono stati anche molto critici. Soprattutto sarà applicata dagli stessi docenti che in queste sette scuole già insegnano e non da entità esterne che hanno solo teorizzato e mai hanno insegnato. Il modello sarà applicato sull’arco di tre anni, e soprattutto valutato nei suoi contenuti e nelle sue risultanze da un gruppo di esperti di università svizzere durante i tre anni di prova. Poi si deciderà cosa farne: tenerlo così com’è, migliorarlo o rinunciarvi. Approvare la sperimentazione non significa approvare la generalizzazione della riforma «La scuola che verrà». Consentitemi una parentesi sulla questione dei livelli. Tutti i genitori che hanno o hanno avuto un figlio alle scuole medie sanno che sempre più i datori di lavoro chiedono i corsi A anche per gli apprendistati più disparati. Che la situazione legata a questa separazione in base ai risultati di due sole materie sia insoddisfacente è un dato di fatto. Non solo perché vi è una discriminazione di fatto nei confronti dei ragazzi che frequentano i corsi base, ma perché questa separazione in A e B è arbitraria nei 2/3 dei casi. Non è nemmeno questa un’invenzione mia o del DECS, ma sono i risultati dei test Pisa a dimostrarlo inequivocabilmente. La maggior parte dei ragazzi nei livelli B ha le medesime capacità dei ragazzi dei livelli A. Il che significa che non solo in Ticino si discriminano i B ma pure si creano illusioni agli A deboli che accederanno al medio-superiore senza avere alcuna possibilità di riuscita. Pensare, come fanno i detrattori della sperimentazione, di differenziare, separare, classificare i nostri ragazzi a partire dai dieci anni di età è improponibile, incomprensibile per ogni genitore che abbia un figlio agli studi. Ecco, quindi, che si pensa ad una migliore valorizzazione delle competenze di ogni ragazzo, un concetto per altro tutt’altro che nuovo. L’approccio per competenze si contrappone a quello in cui si punta sull’assimilazione delle conoscenze senza interrogarsi sulla loro effettiva utilità. Con la sperimentazione si tradurrà in più tempo trascorso dai ragazzi in classi a numero dimezzato o con doppia docenza. Una vicinanza ed una personalizzazione di parte dell’insegnamento che non può che dare buoni frutti. L’obiettivo che ogni genitore penso desideri per i propri figli è quello che le conoscenze apprese dai ragazzi possano poi portarli ad applicarle nella vita, anche e soprattutto in quella lavorativa. Competenza significa avere le risorse per risolvere i problemi, per realizzare i progetti, per prendere decisioni. Il mondo è cambiato dai tempi della produttività basata sul lavoro in catena di montaggio. Oggi serve creatività, dinamismo. Servono le competenze e queste vogliamo stimolare nei nostri ragazzi. È una sfida che, da genitore, raccolgo con grande entusiasmo. Se considero, ora, chi sta leggendo queste mie affermazioni, penso a persone, una diversa dall’altra, una con competenze diverse dall’altra. Stanno, però, ognuno con le proprie capacità, leggendo ed interessandosi al tema di cui ho scritto. La scuola ticinese è stata pensata in quest’ottica: inclusiva ed equa. Franscini l’ha voluta così e da allora nessuno ha mai messo in discussione questi due fondamentali principi della nostra scuola pubblica. Tale deve rimanere. Definire la sperimentazione un tentativo di livellare verso il basso i nostri ragazzi è una bugia. Inclusiva ed equa non significa uguaglianza. Non lo ha mai significato né lo significherà in futuro. La sperimentazione di questa riforma è un atto dovuto alla nostra scuola. Sosteniamola.