Intervista a Gabriele Gendotti, già direttore del DECS

Massimo Solari
Corriere del Ticino, 12.9.2018

«Non mettersi in discussione è da perdenti»

L’ex direttore del DECS si schiera a favore della sperimentazione de «La scuola che verrà»

Gabriele Gendotti ha diretto il DECS fino al 2011.
Gabriele Gendotti scende in campo e spezza una lancia a favore della sperimentazione de «La scuola che verrà». Il già direttore del DECS difende il credito alle urne e i suoi obiettivi: «La scuola è un cantiere aperto che deve continuamente sapersi adattare ai mutamenti in atto» afferma intervistato dal Corriere del Ticino il liberale radicale. Sui referendisti invece afferma: «Dietro questa prova di forza si nasconde un nuovo attacco al primato della scuola pubblica».

Tagliamo la testa al toro. Il 23 settembre Gabriele Gendotti si esprimerà a favore o contro il credito per la sperimentazione de «La scuola che verrà»?

«Mi esprimerò a favore, ci mancherebbe altro. Come fa un liberale, che per definizione non è mai conservatore, ad opporsi ad una sperimentazione in un campo delicato e fondamentale come quello della scuola pubblica? La scuola, come sosteneva Giuseppe Buffi, è per sua natura un cantiere aperto che deve continuamente sapersi adattare ai mutamenti in atto e dare risposte alle nuove aspettative di una società che evolve».

Quali sono le ragioni alla base della sua posizione?

«La necessità, e anche l’opportunità, di valutare nuovi modelli, in parte persino contraddittori fra di loro, per capire se per migliorare l’attuale impostazione sono sufficienti semplici correttivi o debbano essere prese in considerazione anche radicali riforme. Una scuola pubblica che non si mette in discussione, che non si pone della domande critiche sull’efficienza del suo mandato è una scuola di perdenti».

Quale aspetto del progetto di Manuele Bertoli la convince di più?

«Sicuramente l’obiettivo di una scuola integrativa ed equa che garantisce le pari opportunità e che sappia evitare di precludere prematuramente agli allievi la possibilità di accesso alle formazioni successive. L’obiettivo di una maggiore prossimità tra docenti e allievi è sicuramente condivisibile».

E quale invece le fa storcere il naso?

«L’abolizione dei livelli non mi ha mai convinto. In un mondo, purtroppo, sempre più competitivo mi sembra giusto dare l’opportunità con dei percorsi diversi a chi ha una marcia in più di poter valorizzare al meglio le sue potenzialità e le sue qualità. Anche l’impegno per raggiungere, attraverso qualche criterio selettivo, alcuni obiettivi scolastici mi sembra un valore che non può essere completamente trascurato».

Nel PLR, c’è chi non ha digerito il sostegno del gruppo parlamentare a una riforma da più parti definita «ideologica» e «statalsocialista». Chi muove queste critiche fa strumentalizzazione politica o dice solo la verità?

«Ho l’impressione che l’atteggiamento ideologico sia più da ricercare in quelle persone che si oppongono ad una verifica limitata nel tempo di un nuovo modello. Un referendum contro una semplice sperimentazione credo costituisca una prima mondiale. Ma dietro questa prova di forza, oltre a qualche speculazione elettorale, si nasconde, più o meno sempre da parte delle medesime persone e cerchie, un nuovo attacco al primato della scuola pubblica».

In caso di un sì alla sperimentazione, i contrari prevedono un abbassamento del livello e delle competenze degli allievi. È un giudizio che condivide?

«Ci sono le premesse per scongiurare un simile nefasto effetto. L’esito della sperimentazione dovrà formare l’oggetto di un’approfondita analisi fondata su basi scientifiche in grado di individuare anzitutto gli aspetti critici dei due modelli. Deve valere il principio liberale di conoscere prima di deliberare cambiamenti definitivi in un settore così delicato ed importante come quello della scuola dell’obbligo».

Ma un modello pedagogico elaborato nel 2014 e implementato a regime nel 2023 non è un modello che rischia di essere ormai sorpassato?

«Il rinnovamento di modelli scolastici, anche se parziale, presuppone tempi lunghi, analisi approfondite, la capacità di ascolto degli addetti ai lavori e l’onestà di riconoscere nel corso dell’implementazione gli errori o le carenze. Il famoso cantiere sempre aperto non ammette soluzioni definitive e prima o poi la società richiederà altri cambiamenti per dare risposte alle mutate esigenze della scuola, degli allievi e delle famiglie».

Ad attendere l’esito della votazione vi sono i docenti. Il Movimento della scuola ha criticato il DECS, parlando di una riforma elaborata da esperti e funzionari. Critiche sono giunte anche dall’OCST. Anche lei nel periodo alla testa del Dipartimento, aveva dovuto convivere con contestazioni e mobilitazioni degli insegnanti. Il dialogo con loro è davvero così complicato?

«Il dialogo con i docenti è storicamente complicato. Ma sarebbe altrettanto preoccupante se non sapessero assumere questo ruolo critico nei confronti di riforme nel settore per il quale sono attivi al fronte e per il quale possono contare sull’esperienza acquisita sul campo. Le riorganizzazioni in un campo delicato come quello della scuola devono essere proposte e valutate su basi scientifiche da esperti del settore più che dai politici».

Nel 2003 e nel 2006, quando anche il DECS fu chiamato a contenere i costi per risanare le finanze cantonali, lei contestò chi allora parlava di smantellamento della scuola pubblica. Allo stesso tempo ammise però che «la nostra spesa per l’educazione è inferiore alla media nazionale». Ora che le finanze sorridono è tempo di mettere mano al borsellino?

«Quando si ritorna dall’altra parte del tavolo e non si hanno più responsabilità governative è più facile sostenere maggiori spese per i vari compiti dello Stato. Ma resto convinto che le risorse messe a disposizione per la formazione costituiscono, più che spese, dei veri e propri investimenti per la società del presente e del futuro. Per superare le difficoltà economiche ed occupazionali la migliore scommessa sta nell’investire nella formazione alimentando la conoscenza quale premessa per la crescita personale e professionale dell’individuo».

L’investimento previsto da «La scuola che verrà» è da salutare positivamente o nel frattempo le cose sono cambiate?

«È evidente che la sperimentazione di un nuovo modello scolastico costa: ma ne vale la pena se poi si raggiungono gli obiettivi auspicati. Ciò vale anche nel caso si dovesse giungere alla conclusione che si è imboccata una strada sbagliata».

Perché durante il periodo che l’ha vista guidare il DECS non ha ritenuto necessaria una riforma ad ampio respiro della scuola dell’obbligo?

«Come no, la scuola dell’obbligo nei primi 10 anni del 2000 ha conosciuto cambiamenti importanti. Basti pensare, per fare solo qualche esempio, all’importante progetto, totalmente implementato, della riforma 3 della scuola media, alle riforme legate all’adesione al concordato intercantonale Harmos, all’introduzione dell’insegnamento obbligatorio dell’inglese nella scuola media».