L’INTERVISTA

MANUELE BERTOLI, Direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport

CdT, 24.08.2018

La riforma è articolata e introduce diverse novità nella scuola dell’obbligo. Ma quali sono gli aspetti cruciali che a suo avviso dovrebbero spingere la popolazione a sostenere il credito per la sperimentazione?
«Essa permetterà ai docenti di essere più vicini agli allievi e di poterli seguire meglio, considerando la loro individualità. Questo grazie in particolare a momenti di co-docenza, a momenti con sola metà classe per volta, a progetti specifici inerenti alla collaborazione tra insegnanti, a maggior tempo per il docente di classe alla scuola media e all’accantonamento del sistema a livelli (oggi esistono solo in III e IV media per tedesco e matematica). Se è giusto pretendere dagli allievi attenzione e impegno, è doveroso poter offrire loro una vicinanza docente-allievo migliore di quella attuale».
C’è chi teme che la sperimentazione discrimini gli allievi delle sedi pilota da quelli che proseguiranno con il modello attuale. Come vuole rassicurare le famiglie dei primi, già paragonati a delle sorte di «cavie»?
«L’innovazione scolastica passa da progetti pilota e sperimentazioni, come del resto previsto dalla Legge della scuola. In realtà gli allievi che partecipano a questo processo sono da considerare più dei privilegiati perché attorno ad essi e ai loro risultati vi è un’attenzione accresciuta».
Tra i destinatari della sperimentazione non vi sono solo gli allievi ma anche i docenti. Quale direttore del DECS, sente di godere del loro appoggio in vista dell’appuntamento alle urne?
«In generale credo di sì, diverse associazioni magistrali si sono già pronunciate favorevolmente proprio perché il progetto dà loro quei mezzi che finora non hanno avuto per essere più vicini agli allievi. Come accade però per ogni proposta vi sono anche alcune voci più critiche, come è giusto che sia. Queste, se costruttive, sono preziose, come dimostrano le modifiche apportate al progetto iniziale. Nell’accogliere le opinioni divergenti ho sempre ben presente che a varcare ogni giorno la porta dell’aula sono proprio i docenti con i loro allievi».
Eppure i referendisti affermano di essere stati aiutati da diversi docenti nella raccolta firme. È solo strategia politica e comunicativa?
«In campagna è facile dire di tutto. Per ora i nomi dei docenti contrari che si sono visti mi paiono pensionati, spesso orientati politicamente e in parte nostalgici della selezione precoce degli allievi dei tempi di ginnasio e scuole maggiori».
In caso di voto positivo la differenziazione pedagogica, uno dei perni de «La scuola che verrà», verrebbe testata alle medie con due modelli. Quello del DECS e quello del PLR. Ma lei quanto crede nella seconda variante?
«Le due varianti riguardano un solo aspetto della differenziazione pedagogica, ovvero il criterio di composizione dei gruppi di allievi durante i laboratori in III e IV media in 4 materie. La variante originale, quella cosiddetta DECS, prevede i gruppi eterogenei, come attualmente nei pochi laboratori che esistono alle medie, quella cosiddetta PLRT prevede che gli allievi siano scelti dai docenti in base alle loro capacità. Ambedue queste varianti saranno equamente testate, affinché la valutazione possa indicarci i loro pregi e i loro difetti. Quel che posso assicurare è che le cose saranno sperimentate per bene e valutate come si deve, lo dobbiamo ad allievi e famiglie».

Fonte: Corriere del Ticino

È corretto affermare che senza l’accordo sui due modelli sarebbe crollata tutta la riforma?
«La politica è l’arte del possibile. Tutti i progetti necessitano l’appoggio di una maggioranza. Su questa riforma l’impegno di tutti ha portato ad una soluzione sostenuta anche da PLR, PPD e persino da qualche deputato leghista».
Il fronte dei contrari afferma che la sperimentazione non presenta degli obiettivi misurabili, voi sostenete l’opposto. In che modo dunque sarà possibile valutare la riuscita o meno della fase pilota? Gli allievi saranno sottoposti a delle prove all’inizio e al termine del periodo di test?
«Gli effetti sugli allievi della riforma saranno valutati da un ente universitario svizzero. Dire che non lo si può fare equivale a screditare il nostro sistema universitario, che è certamente in grado di fare questo e ben altro».
Sul piano prettamente politico, quanto ritiene che l’esito della votazione possa incidere sul suo risultato alle elezioni del prossimo aprile?
«In Svizzera la correlazione tra dossier portati avanti da un responsabile politico e elezioni è molto indiretta. Non credo, per esempio, che la recente votazione sul pacchetto fiscale e sociale passato per il rotto della cuffia avrà effetti per i miei colleghi Vitta e Beltraminelli».
Il progetto de «La scuola che verrà» è stato presentato nel dicembre del 2014 e ha accompagnato tutto il quadriennio. La bocciatura della sperimentazione e con essa della riforma sarebbe per lei sinonimo di legislatura fallimentare?
«Nella misura in cui sarà un voto popolare a deciderlo sarà sinonimo di scelta dei ticinesi. Io il mio lavoro, che è quello di individuare i problemi, mettere a punto delle soluzioni possibili, far passare queste proposte di riforma dalle istanze politiche l’ho fatto. Fin qui anche il Gran Consiglio ha seguito. Se il progetto non dovesse superare lo scoglio popolare sarebbe una sconfitta prima di tutto per l’innovazione scolastica, che è un processo necessario e che non va frustrata».
La scuola dell’obbligo necessita di un rinnovamento. Nelle migliori delle ipotesi la riforma verrebbe però generalizzata solo nel 2023, quasi dieci anni dopo la prima bozza del progetto. Non c’è il rischio concreto di implementare un modello sorpassato?
«Cominciamo a non bloccare il rinnovamento il 23 settembre. Noi eravamo pronti a partire già nel 2017, ma il Parlamento ha preteso un messaggio ad hoc per il credito sulla sperimentazione (cosa mai successa prima), il che ha implicato uno stop di un anno. Poi il credito approvato dal Gran Consiglio è stato attaccato da un referendum popolare e il tutto è stato rimandato di un ulteriore anno. Le cose si sono allungate perché la democrazia ha i suoi tempi, ma non credo che questo metterà in discussione la bontà del progetto, anche se sarà la valutazione della fase sperimentale a darci i dati precisi e oggettivi».