«La scuola che verrà» e il dibattito pubblico

Chino Sonzogni, responsabile di «La gioventù dibatte» Svizzera italiana
Corriere del Ticino, 14.9.2018
«La scuola che verrà» e il credito per la sua sperimentazione dividono l’opinione pubblica. In democrazia è legittimo lanciare un referendum. Promotori e oppositori si confrontano, esponendo le ragioni pro e contro, al fine di informare i cittadini che poi decideranno. A preoccupare, da tempo, non solo per questa votazione, è il clima avvelenato del dibattito pubblico, che intorbida le acque e disinforma scientemente i cittadini. Questo perché non si rispettano alcune regole fondamentali del dibattito democratico: 1) attenersi ai fatti e ai documenti ufficiali, in questo caso il testo «La scuola che verrà» uscito dalle consultazioni; 2) utilizzare argomenti validi (rispettano le regole della logica) e corretti (partono da premesse vere); 3) opporsi alle opinioni contrarie con argomenti fondati razionalmente, evitando attacchi personali, che purtroppo abbiamo visto su entrambi i fronti.
Argomenti, mezze verità e falsità
Il dibattito pubblico sul tema in votazione è contraddistinto da pregiudizi, mezze verità e talvolta persino falsità. Di seguito alcuni esempi che meritano una replica.
1. «Il DECS vuole un sistema in cui tutti gli allievi devono essere uguali e ottenere gli stessi risultati». Falso! Non corrisponde agli obiettivi della riforma, nei documenti ufficiali si legge il contrario: «Ogni ragazzo dovrà avere la possibilità di perseguire un obiettivo, un traguardo, adatto al meglio alle proprie capacità». È la classica fallacia dello strawman (argomento fantoccio) che consiste nell’utilizzare concetti e parole non presenti nel progetto per meglio attaccare la posizione avversaria.
2. «La scuola che verrà è un progetto ideologico e statalsocialista». Falso! In Gran Consiglio il credito per la sperimentazione ha potuto contare sul sostegno di PLR e PPD. Siamo in presenza della fallacia argomentativa conosciuta come avvelenamento del pozzo, che consiste nel rifiutare una proposta, perché viene da una persona (il direttore del DECS) o da un partito (il PS) dei quali è bene diffidare poiché da loro non può giungere nulla di buono.
3. «La scuola deve preparare alla vita, non all’assistenza». Un’iperbole vergognosa, apparsa in una pubblicità a colori (non mancano i mezzi per disinformare i cittadini e influenzarne le decisioni). Siamo in presenza di una fallacia nota come slippery slope (argomento a domino o a catena). Si vuole far credere che se passerà la riforma, dalla scuola si uscirà così impreparati agli studi e alle professioni da non trovare un lavoro e quindi essere a carico dello Stato. A nessuna persona ragionevole sfugge l’infondatezza di questo pseudo-argomento.
Alcune ragioni del sì
«La scuola che verrà» non è un progetto perfetto. Pur condividendo alcune critiche avanzate dal Movimento della scuola, che essenzialmente concernono però il piano di studio, il nodo conoscenze/competenze, il ruolo degli insegnanti e il loro coinvolgimento reale, voterò sì perché, soppesando i pro e i contro, ritengo i primi più convincenti e vantaggiosi per un insegnamento di qualità. In particolare penso ai laboratori che offriranno, in ben otto materie, la possibilità di un insegnamento a effettivi ridotti (metà classe). Penso agli atelier e al co-insegnamento (presenza di due docenti in classe) che permetteranno ai ragazzi di essere seguiti da vicino, passo dopo passo, apprendendo con maggiore efficacia secondo il proprio ritmo e la propria capacità. Penso alle giornate e alle settimane progetto che consentiranno anche attività di educazione civica, care al fronte dei referendisti.
Educare i giovani ma non solo
La democrazia si fonda sulla corretta informazione dei cittadini chiamati a esprimere con un voto la propria opinione. Su un punto sono d’accordo con Sergio Morisoli: è necessario educare i giovani a un dibattito senza offese (deve valere per tutti), fondato sulla teoria dell’argomentazione e della retorica classica, sempre valide nell’educazione del cittadino. Includerei nell’obiettivo anche parecchi adulti attivi oggi in politica, che offrono pessime esibizioni nei dibattiti pubblici (soprattutto televisivi) e modelli di comportamento diseducativi. Ricordo al deputato che da dieci anni esiste in Ticino un progetto di questo tipo – sostenuto dal DECS – per scuole pubbliche e private del settore medio, medio-superiore e professionale. È già stato invitato a conoscerlo. Potrebbe migliorare la qualità del dibattito pubblico.