La scuola che verrà e l’inutile nostalgia

Emanuele Rampazzi, Losone
Corriere del Ticino, 22.08.2018
In replica alla lettera di Franco Piffaretti apparsa su questo giornale il 7 agosto, rispondo come giovane alle sue ostilità verso la scuola ticinese. Secondo l’autore sembra che la scuola ticinese dal 1976 in avanti non sia stata in grado di formare degnamente gli allievi ticinesi. Come per dire, la scuola che ha frequentato il signor Piffaretti era l’unica scuola che funzionava.

È risaputo che tendiamo sempre a pensare che ciò che abbiamo vissuto noi sia sempre migliore dei tempi in cui viviamo. Questa nostalgia è comprensibile, ma al di fuori del tempo, inoltre espressa in questi termini non contiene critiche costruttive o punti sui quali si percepiscono voglia di cambiamento e sviluppo. Si tratta semplicemente un attacco al «sistema» scolastico odierno (e futuro). È difficile credere che la scuola dal 1976 a oggi abbia formato in maniera mediocre due generazioni di ticinesi come lascia chiaramente intendere l’autore. Come ticinese che ha frequentato la scuola dell’obbligo qui mi sento preso in causa personalmente. Io non penso di aver avuto una formazione mediocre, inferiore a quella dell’Italia o degli altri cantoni e ritengo arrogante accusarci di questo. Io non ci sto. Nel dopoguerra e fino agli anni ’70 la società era molto diversa da quella di oggi. Era diversa l’età in cui si iniziava a lavorava (molto prima), erano diverse le tecnologie a disposizione, erano diverse le opportunità di studio, erano diversi gli equilibri familiari, le donne non potevano votare (fino al 1971) ed esistevano molti meno percorsi professionali. Non esistevano le università professionali, non esistevano i Bachelor e Master e non c’erano così tante formazioni professionali e apprendistati tra i quali scegliere. La scuola si è rinnovata con successo nel 1976, ma a distanza di più di 40 anni ha bisogno di provare nuove soluzioni per adattarsi ai cambiamenti che sono avvenuti in questi decenni. Ritornare a una scuola severa e rigida come negli anni ’60 è completamente anacronistico per la generazione dei «millenials» nati con Google e Facebook. Che piaccia o meno il mondo cambia e rinnovare la scuola è necessario. Il signor Piffaretti potrà anche votare no alla sperimentazione per 3 anni perché pensa a un lontano passato e non al futuro. Io invece, come giovane, voterò sì a «La scuola che verrà» perché questi 3 anni permetteranno di imparare molto e capire quanto e come migliorare la scuola in prospettiva futura. In particolare, permetterà di verificare l’efficacia di una scuola senza livelli alla scuola media, ma che al contempo offre ai docenti molto più tempo per insegnare a effettivi dimezzati, creando così le condizioni per poter attuare percorsi educativi più personalizzati, a tutto vantaggio degli allievi, deboli o forti che siano. Come per tutte le cose, chi non prova non può sapere. Quel che è certo è che non saranno la nostalgia e l’immobilismo del «ai miei tempi …» a far evolvere la scuola ticinese.