«La scuola che verrà» è proprio quella che vorrei aver fatto

Isabella Steiger Felder, grafica, comunicazione visiva e mediazione artistica
Corriere del Ticino, 13.9.2018
Mi rivolgo a quei genitori e a quegli studenti che voteranno, il prossimo 23 settembre. Se mi avessero offerto l’opportunità, da ragazza, di seguire una scuola sul modello della «Scuola che verrà», ne sarei stata lusingata. Immagino che poter essere seguiti, in piccoli gruppi, da docenti preparati, che incoraggiano le attitudini e cercano un dialogo diretto con l’allievo (di tutti e due i generi) sia oltremodo interessante. Ricordo quanto sollevò un’amica, all’epoca in cui i mei figli andavano alle medie. Alcuni allievi (di livello A in matematica o in tedesco) potevano beneficiare del sostegno pedagogico di un tutore, o dell’aiuto dei genitori, per superare le lacune. Così abbiamo fatto noi. Lei sollevò una critica: «E chi non ha i mezzi?». Restava nei livelli B. Non significa che un ragazzo sia meno valido dell’altro. Anzi. Semplicemente sono tante le questioni da considerare. Le attitudini personali allo studio, i tempi, la maturazione, le difficoltà, gli interessi… Lo snodo del progetto (analizzato e approvato anche dai giovani del Sindacato indipendente studenti e apprendisti) che porterà a tale riforma, sta proprio nel proporre una scuola che sviluppi gli interessi del singolo. Ci sarà un forte cambiamento. Significherà suscitare l’interesse del ragazzo, spingerlo a partecipare (creativamente) alle dinamiche della propria formazione. I modelli di tale progetto sono basati su esperienze fatte nei paesi nordici. Non sono certamente modelli del tutto nuovi; quindi le preoccupazioni che i risultati possano essere insoddisfacenti, sono infondate. L’esperienza va sostenuta. Ci sarà una fase di sperimentazione e, in quanto tale, si spera in buoni risultati. Non tutti gli studenti sono interessati alla stessa disciplina e non tutti vorranno proseguire negli studi. Anche la via delle professioni è una buona via; lo dico per esperienza diretta e per aver insegnato (sia agli apprendisti, sia in altri ambiti). C’è chi orienterà i propri interessi verso le scienze morbide, chi verso le scienze dure. Alcuni svilupperanno le proprie doti manuali (magari nella meccanica o nelle arti plastiche). Molte attitudini le scopriranno cammin facendo, con l’aiuto di persone che si avvalgono di scambi e ipotesi. L’esperienza si può raggiungere, attraversoil fare e il pensare. Altrimenti dovremmo usareun altro termine, si tratterebbe di un’ipotesie non di un’esperienza. I termini sono diversi. La proposta in votazione è «La scuola che verrà» e si tratta di un divenire. Quello che sarà importante assicurare, tra le altre cose, è il sostegno pedagogico, per coloro che presentano alcune difficoltà. Questa dovrebbe essere una delle garanzie che una democrazia porta come condizione, ai propri cittadini. Una delle cose che possono succedere, nelle famiglie – di tutti i ceti, le condizioni, le origini, orientamenti – è di rientrare a casa la sera, magari dopo una giornata di fatiche, e di ritrovare le scarpe, sulle quali inciampare. Oppure qualche altro imprevisto, ostacolo. A qualche fortunatissimo genitore non è mai capitato. Le fatiche possono essere diverse, di qualsiasi tipo. Evidentemente quell’ostacolo ci spiazza, ci fa un po’ arrabbiare. Non si sa mai perché gli inconvenienti degli altri siano meno rispettabili dei propri. Evidentemente «La scuola che verrà» non potrà supplire aquegli inconvenienti, intendiamoci. Potrebbe dare una mano (si spera non più attraverso i ceffoni, anche se a volte l’istinto è naturalmente quello) ad immaginare degli spazi anche per quelli che tentano la via dello studio; e avrebbero più interesse nell’essere sostenuti in altre vie. Altrettanto apprezzabili e utili. Non vanno mai sottovalutate o disprezzate. Qui (essendo vicina, con il mio pensiero, alle donne, alle giovani donne, alle ragazze, alle mamme) invito la gente alla lettura delle poesie dialettali di Alina Borioli. Sarà un altro modo per anticipare «La scuola che verrà». Lei era la cugina di mia nonna, sarta. Della quale conservo una semplice giacca, portata da lei, da mia madre e dalla sottoscritta. È un modo per celebrare le donne, il 22 settembre!
Stefano Franscini portò un enorme cambiamento, in parte osteggiato. Spero che ci si ricordi che la sua riforma permise, a tutti, di andare a scuola. Mi auguro che, per quei ragazzi che entreranno domani nella «Scuola che verrà» con l’intenzione di formarsi si usi un sinonimo altrettanto utile. Formarsi = dar vita, dare vita alla «Scuola che verrà». Consiglierei a tutti, senza esitazione, di votare sì il 23 settembre.