La scuola che verrà sarà migliore

di Tatiana Lurati, deputata in Gran Consiglio
Corriere del Ticino, 30.08.2018
L’anno scolastico sta per iniziare. A settembre riapriranno le scuole e sempre nel corso del mese di settembre le ticinesi e i ticinesi saranno chiamati a esprimersi sul progetto di riforma della scuola dell’obbligo «La scuola che verrà».
La domanda alla quale le cittadine ed i cittadini dovranno rispondere riguarda l’attribuzione di un credito di 6,7 milioni di franchi per la sperimentazione triennale delle innovazioni previste dal progetto.
A ben vedere, però, la posta in gioco supera la questione del finanziamento: accordando o rifiutando il credito, il 23 settembre i cittadini decideranno se concedere oppure negare alla scuola pubblica, e a quella dell’obbligo in particolare, l’opportunità di evolversi, di migliorarsi e rimanere al passo coi tempi.
Con il credito sarà infatti possibile rispondere all’esigenza condivisa di mettere mano alla scuola dell’obbligo e di sperimentare la validità delle misure didattiche e organizzative previste da un progetto maturato nel corso di più anni, e profondamente rivisto grazie ai riscontri del mondo della scuola e alle proposte nate nel corso del dibattito parlamentare. Misure già in atto nella scuola che saranno estese (laboratori con classi divise a metà).
Come già osservato da qualcuno, i cittadini saranno chiamati a dare luce verde o a bloccare la sperimentazione del progetto «La scuola che verrà», senza avere tuttavia la possibilità di scegliere un modello alternativo, in quanto al progetto elaborato dal Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport – sostenuto da Governo e Parlamento – non è contrapposto nessun controprogetto.
Questa, a ben vedere, è però una mezza verità. Un modello di scuola alternativo a quello formulato da «La scuola che verrà» in realtà esiste, eccome, anche se i referendisti sembra non amino molto parlarne. Si tratta del modello di scuola tracciato nel testo dell’iniziativa parlamentare elaborata presentata da Sergio Morisoli e Paolo Pamini nel 2016, dall’eloquente titolo «La scuola che vogliamo».
Ad esempio, è scritto nel documento, il numero delle materie che prevedono una suddivisione degli allievi in gruppi A e B aumenterebbe e la separazione tra allievi «bravi» e allievi «meno bravi» avverrebbe già durante il primo ciclo della scuola media (quindi subito dopo l’uscita dalla scuola elementare). L’iniziativa parlamentare è un tentativo dei referendisti di far rientrare dalla finestra ciò che nel 2001 il popolo ticinese aveva rifiutato ampiamente in votazione popolare, il finanziamento alle scuole private. Il che è sorprendente, visto che i referendisti intitolano il loro referendum «No allo smantellamento della scuola pubblica».
Quello che si nasconde nell’ombra del referendum è una visione di una scuola iperselettiva fin da bambini, e che aumenta le disparità tra chi arriva da una famiglia economicamente avvantaggiata e chi invece cresce in un ambiente familiare e sociale meno fortunato.
Per questo credo sia importante avere un sistema scolastico e formativo che crei uguali opportunità per tutti gli allievi e che tenga conto delle differenze: tutte cose che la scuola ticinese già fa e che gli adattamenti e le innovazioni del progetto «La scuola che verrà» le permetteranno di fare ancora meglio: evitando ad esempio di separare gli allievi (abbandono dei corsi A e B) e creando condizioni di insegnamento migliori ai docenti come l’aumento delle ore di insegnamento a metà classe. Per questo sono convinta che occorra votare sì il 23 settembre e dare in questo modo alla scuola pubblica la possibilità di evolvere sulla base della propria tradizione, di quanto già è capace di fare bene e in risposta alle nuove sfide che deve affrontare.