La sperimentazione serve per evolvere

Mattia Maina, Caslano, educatore regionale SM e consigliere comunale
Corriere del Ticino, 13.9.2018
Il dibattito sulla scuola che verrà si sta palesemente inasprendo. Mentre i contrari preannunciano scenari apocalittici sembra quasi che i contenuti del voto stiano passando in secondo piano: troppe sono le paure e le notizie certe non sempre corrispondono alla realtà dell’oggetto in votazione. Sui media e sui portali gli esempi si sprecano. In realtà sono convinto che, guardando a questa sperimentazione senza l’occhio politico o partitico, sarebbe molto più facile coglierne il senso e la logica. Qualcuno ha affermato che con la scuola che verrà ci saranno due o tre docenti per la stessa materia, ed è falso. Resterebbe un solo docente titolare per ogni materia che talvolta insegnerebbe a metà classe per le scuole medie interessate, mentre nelle scuole elementari toccate dalla sperimentazione potranno esserci delle co-docenze.
Leggo spesso termini quali «scuola rossa», «progetto ideologico» e addirittura «smantellamento della scuola». Eppure il Governo ha dichiarato il sostegno alla sperimentazione; l’Esecutivo cantonale lo ha fatto all’unanimità e sappiamo quale sia la composizione del Consiglio di Stato. A questo si aggiungerebbe la valutazione stessa della sperimentazione, effettuata da un istituto svizzero universitario: un parere indipendente dalla politica, insomma.
Un altro cavallo di battaglia è l’annuncio, spesso urlato, dell’assunto di base secondo cui con questa sperimentazione si andrà ad abbassare il livello della nostra scuola pubblica. E questo nonostante la stessa non riguardi minimamente i piani di studio, che saranno comunque gli stessi per tutte le sedi cantonali. Tutti i programmi resteranno invariati, così come gli orari e le materie, comprensive già da quest’anno della civica. Lo stesso dicasi per le note finali, che saranno arricchite da una descrizione delle competenze acquisite dall’allievo.
Secondo i promotori del no vi sarebbero frotte di docenti contrari alla sperimentazione. Poi sempre da loro (perfino all’interno dei medesimi dibattiti) apprendiamo che vi sarebbe la stragrande maggioranza dei docenti che non è stata coinvolta o non si è espressa sul tema. Vien da dire decidetevi, o esiste un nutrito schieramento di docenti contrari oppure un nutrito schieramento di assenti.
La realtà sembrerebbe molto diversa; molti plenum di docenti si sono espressi, altri lo faranno a breve, negli ultimi 2 anni il Dipartimento ha incontrato quasi tutte le sedi del cantone. Oltre a ciò il sindacato dei docenti VPOD si è espresso favorevolmente, così come il SISA (sindacato studenti e apprendisti) e come il comitato dei genitori. Un dibattito e una costruzione che dura ormai da ben 4 anni, senza che vi siano state proposte concrete da chi oggi non sembra minimamente intenzionato ad investire nella scuola pubblica. Ricordo infine che i promotori del referendum stanno (di nuovo!) cercando di aggirare la volontà popolare con un’iniziativa parlamentare volta a finanziare con soldi pubblici le scuole private. Alcuni dei principi della scuola che verrà sono in realtà già pregnanti in diverse sedi scolastiche: dall’idea di differenziare l’insegnamento ai laboratori, dagli atelier alle co-docenze con i docenti del sostegno pedagogico fino al vero e proprio team teaching tra i rispettivi gruppi di materia. Questo perché la scuola è un cantiere in cui si introducono costantemente innovazioni e lo si fa sperimentandolo. Molte di queste modifiche, anche importanti, non hanno mobilitato nessun referendum.
Non da ultimo, occorre rilevare che le sedi in cui si svolgerebbe la sperimentazione si sono offerte, segno inequivocabile che vi è un interesse e una volontà di provare a sperimentare un modello di scuola che cerchi (poiché è un esercizio) di superare il concetto di livelli, potenziando l’insegnamento e puntando a portare più allievi possibile allo stesso grado di apprendimento.
Nonostante permangano dubbi e incertezze, le stesse riguardano giustamente chi è chiamato ad occuparsi direttamente della sperimentazione. La stessa permetterà non solo la valutazione del modello, ma anche di apportare accorgimenti e migliorie strada facendo su 3 anni. E dopo l’ultima grande riforma scolastica, datata ormai 1974, investire ancora e finalmente sulla formazione dei nostri figli è innanzitutto un dovere.