L’opinione

Ma la scuola che verrà siamo noi e chi insegna

Paolo Ortelli, direttore Centro di formazione professionale SSIC-TI
In tutto il mondo della scuola si è sempre parlato e scritto. In questi ultimi due anni nel nostro cantone il dibattito ha visto anche sulle colonne di questa testata approfondimenti spesso importanti e di spessore di chi la scuola la vive veramente giorno dopo giorno in riferimento al grande progetto «La scuola che verrà». Un dibattito ormai surriscaldato per l’imminente referendum che vedrà esprimerci sul-l’avvio della sperimentazione, ma, di fatto, sulla completa rimessa in discussione del progetto dipartimentale.
Un dibattito che si è spostato sul terreno concettuale dapprima attraverso le fasi di esposizione e di condivisione del progetto per poi entrare giocoforza in orbita politica innescando logicamente visioni e interpretazioni diverse non prive di scivolate stucchevoli, frutto delle singole sensibilità, delle esperienze personali e/o genitoriali, dei gruppi d’interesse che con la scuola e il suo prodotto devono prima o poi fare i conti.
Molti anni fa ebbi a scrivere una lettera al professor Pusterla nella quale, parlando di formazione, invocavo la necessità degli «Stati generali della formazione per questo cantone». Ringraziandolo ancora per aver riportato lo scritto in una sua pubblicazione, devo comunque constatare come il percorso intrapreso sia stato un altro. Da ticinese comunque mi importa poco, perché ciò che conta in fondo è che della nostra scuola, e della scuola media in particolare, si sia tornati a parlare seriamente e profondamente dando di fatto ragione a chi sosteneva da anni come, in questo segmento formativo, fosse giusto intervenire per cercare di migliorare una scuola, che comunque, e questo va detto, da anni ha sempre raggiunto buoni obiettivi di qualità.
La scuola è un bene collettivo e della scuola tutti si sentono legittimati a parlare in quanto, ognuno di noi, in tempi e ordini scolastici diversi, porta con sé il marchio indelebile del proprio percorso formativo, un vissuto personale di scuola che ci accompagna e ci sente giustamente autorizzati ad esprimere la nostra opinione. Un po’ come per il gioco del calcio, dove ognuno, in ricordo di più o meno gloriosi calci giovanili ad un pallone, diventa con disinvoltura tecnico ed allenatore.
Per molti la nostra è una scuola d’eccellenza, per alcuni lo è forse stata ma oggi è in grossa difficoltà e per altri è una scuola che ormai presenta solo poche e isolate isole felici e magari lontane dalle realtà cittadine. Insomma la scuola, al di là di oggettivi indicatori che la raccontano, viene affrontata e valutata sempre e inesorabilmente come il frutto di percezioni e percorsi individuali passati, talvolta rinnovati e mediati dalle esperienze genitoriali o da filtri, più o meno marcatamente ideologici, che ad esse si tende dare.
Forse è bene ricordare però come la scuola, al pari di tutte le istituzioni umane, non può sfuggire al compito di tradurre di fatto quanto più o meno bene la società civile riesce a produrre. Questa è la scuola che siamo riusciti a costruire, questa è la scuola che si è trasformata come noi ci siamo trasformati, questa sarà la scuola che sempre noi saremo in grado di produrre.
Infatti non è certo un caso che a questa scuola sempre più, in questi anni, abbiamo affidato compiti che in passato erano prettamente di spettanza di una società civile più povera sicuramente, ma molto più solida dal punto di vista del sistema educativo condiviso. Coscienza e responsabilità individuale, di fatto, rendevano, di gran lunga più facile la costruzione di un percorso educativo. Famiglia, istituzione scolastica e società, ben consci anche dei loro limiti, sempre e comunque tendevano a giocare lo stesso gioco formativo. Un sistema appunto solidale nel suo obiettivo educativo.
Tornando al dibattito attuale sulla scuola che verrà, abbiamo assistito in questi mesi a un grande sforzo dialettico e sano tra visioni diverse su elementi puntuali della proposta di riforma dipartimentale (mantenimento indiscusso del principio di una scuola inclusiva, abolizione dei livelli, maggiore sviluppo e cura dei percorsi individuali, maggior orientamento ad attività di laboratorio ed esperienziali, fase di sperimentazione unica e/o estesa a più sedi). Visioni di chi, politici inclusi, hanno svolto più o meno coerentemente il loro compito di discussione e analisi di un progetto di nuovo orientamento della nostra scuola.
Tutto bene? Forse. Proviamo infatti per un attimo a tornare alla nostra esperienza di allievi. Chiudiamo gli occhi e rivediamoci dietro quel banco al ginnasio di Viganello, alle medie di Bellinzona o quelle di Mendrisio. Immaginiamo, scorrendo tra i nostri ricordi, quali sono stati gli elementi più importanti e significativi del nostro vissuto scolastico. La struttura organizzativa della didattica? La struttura operativa del sistema scuola con le sue valutazioni, l’orientamento più o meno inclusivo della scuola? Non credo.
Tutti, ma proprio tutti, portiamo nel nostro cuore le positività e le negatività del nostro percorso formativo quale frutto indissolubile del segno lasciato su di noi dai nostri docenti, i maestri che abbiamo incontrato. Sono loro, e saranno sempre loro, il vero indissolubile motore di una scuola che si vuole all’avanguardia. Sono loro i protagonisti positivi, ma anche negativi (non nascondiamoci dietro un dito, mi raccomando) che ci hanno fatto comprendere, oltre agli aspetti disciplinari, la complessità del mondo, le sue sfide di maturità organizzativa, la differenza tra le persone e il sacrificio che nella scuola si declinano come una palestra indispensabile per i percorsi ben più duri e crudi che la vita ci ha poi riservato.
Allora ecco che la scuola, lei che, con buona pace di tutti, comunque verrà, dovrebbe forse, come sistema appunto e con l’aiuto di noi tutti genitori, società civile in primis, tornare a dare immenso valore ai docenti. Questo tornando a professare un vero sostegno e riconoscimento del loro ruolo, consci delle loro difficoltà anche perché il sistema-Paese ha dimenticato di preoccuparsi di aiutarli a coltivare la loro passione per l’insegnamento o di metterli in condizione di farla crescere.
Molte sono le strade per tentare questa operazione di salvataggio e quasi tutte hanno poco a che fare con nuove risorse economiche. La ricerca e l’assunzione dei migliori, perché la nostra scuola ha bisogno delle eccellenze (i migliori docenti ed i migliori direttori), una formazione continua gratuita e potenzialmente efficacissima attraverso lo scambio regolare ed automatico delle sedi d’insegnamento durante la loro carriera, l’offerta strutturata di percorsi di carriera all’interno dell’istituzione scuola, avere il coraggio di valutare i docenti dando finalmente maggiore autonomia operativa e finanziaria alle direzioni degli istituti scolastici, orientare le discipline e le sedi scolastiche attraverso progetti funzionali ad obiettivi formativi in maggior dialogo con la società civile, fare in modo per esempio che il tema del lavoro ed i suoi valori facciano parte della costruzione del senso anche a scuola, e molto molto ancora.
La scuola che verrà si avvicina, e sicuramente potrà aprire finestre di miglioramento, ma il tema del docente al centro del progetto scuola resta troppo determinante per essere assorbito da modifiche strutturali legate a livelli di apprendimento, a nuove modalità valutative, a laboratori ed atelier, a opzioni e co-insegnamenti. Perché al dunque nessuno dei nostri figli si ricorderà di questo, ma tutti, questo sì, avranno nel cuore i loro grandi o pessimi docenti.