Ma la scuola che verrà va sperimentata

Claudio Franscella, deputato del PPD in Gran Consiglio co-relatore del rapporto di maggioranza
Corriere del Ticino, 11.9.2018
La scuola dell’obbligo ticinese, pur essendo già oggi di buona qualità, ha bisogno di aggiustamenti e aggiornamenti per restare al passo con l’evoluzione della società e con l’implementazione dei nuovi piani di studio. In Ticino, infatti, le numerose riforme – sempre puntuali e poco concertate tra i diversi gradi di scuola – hanno portato ad avere un sistema scolastico obbligatorio poco armonizzato.
Il progetto «La scuola che verrà», bisogna darne atto, ha incluso finalmente con continuità tutti i settori della scuola obbligatoria e questo è sicuramente un aspetto positivo. La prima versione del progetto del DECS però non soddisfaceva nessuna delle parti in gioco – né i docenti, né le associazioni magistrali e sindacali, né i partiti (o almeno la stragrande maggioranza di essi) – e non aveva quindi la necessaria condivisione per poter essere portata avanti.
L’atteggiamento più costruttivo da parte del direttore del Dipartimento Manuele Bertoli ha però permesso, con il tempo, l’inserimento di diverse misure richieste in fase di consultazione e ha consentito di trovare maggiori aperture anche da parte dei principali attori, quali il Forum delle associazioni degli insegnanti e della scuola e la maggioranza dei partiti presenti in Parlamento.
Il messaggio susseguente, avallato dal Consiglio di Stato, pur se modificato e completato, conteneva però ancora diversi aspetti controversi e discutibili. Preoccupava, ad esempio, la mancanza di un modello alternativo di differenziazione strutturale e di confronto. La maggioranza della Commissione scolastica ha quindi voluto che, in assenza dei livelli A e B (tra l’altro da tutti contestati così come oggi concepiti), si potessero comunque mantenere percorsi differenziati in terza e quarta media, in modo da valorizzare al meglio le esigenze, le peculiarità, il percorso di crescita personale, scolastico e pre-professionale di ogni singolo allievo.
Questa proposta alternativa al modello del DECS – condivisa dal PLR, PPD e PS – è stata approvata dal Parlamento e così oggi abbiamo la possibilità di mettere in campo addirittura tre scenari diversi: in due sedi si sperimenterà la variante originale proposta dal DECS senza differenziazione strutturale (senza i livelli A e B), in altre due quella della Commissione scolastica che prevede, nelle settimane a progetto, ma soprattutto nei laboratori, una differenziazione dell’insegnamento in cui gli allievi hanno l’opportunità di seguire e approfondire al meglio le materie più confacenti al loro interesse e alle loro possibilità e in tutte le altre sedi del cantone si continuerà con il modello attuale (con i livelli A e B) .
Queste tre opzioni saranno e dovranno essere seguite da una commissione di accompagnamento e valutate al termine dei tre anni della fase test – oltre che dal CIRSE e dal DFA – pure da un’entità universitaria esterna voluta con decisione dalla Commissione scolastica e dal Parlamento. Un organo di verifica che permetterà di effettuare un’analisi oggettiva, indipendente e neutrale di tutta la situazione. E questo è importante perché solo con la constatazione di effettive, concrete e significative differenze di risultato acquisite dagli allievi che seguiranno i tre modelli, il Gran Consiglio potrà scegliere quello realmente migliore.
Per poter avere un’idea più precisa su quale strada prendere per il futuro della nostra scuola è quindi necessario, senza ombra di dubbio, votare sì alla sperimentazione del progetto «La scuola che verrà», pur coscienti che quanto sopra descritto tocca in particolare il settore medio, forse il più critico dalla sua esistenza trentennale.