Il responsabile della Divisione scuola Emanuele Berger replica ai referendisti sulla sperimentazione della riforma per elementari e medie

A 40 anni dall’ultima riforma della scuola dell’obbligo, 17 anni dopo il duro scontro sul finanziamento degli istituti privati, la scuola resta il nervo scoperto della politica cantonale. Per i referendisti si vuole avviare una sperimentazione con un risultato “predefinito”, perché in realtà sarebbe la prima tappa per implementare “La scuola che verrà”. In poche parole un malizioso escamotage del ministro Bertoli per far passare il suo progetto.

“Questo non è vero, il fatto di voler testare la riforma è un atto di onestà intellettuale – ribatte Berger-. Serve esclusivamente a verificare il funzionamento di questo progetto. Quarant’anni fa con la riforma della scuola media non c’era stata alcuna sperimentazione, per cui alcuni correttivi furono introdotti poi in corso d’opera. Oggi questa valutazione vogliamo farla prima”.

Secondo Berger, il Decs ha avuto sempre un atteggiamento di attenzione e di ascolto per recepire critiche e suggerimenti, ora si tratta solo di saggiare la validità di questo progetto. Ma evidentemente quattro anni di discussioni e un’articolata consultazione sulla riforma non sono bastati a fare chiarezza. Del resto in Ticino è sempre così. Lo ricordava qualche tempo fa lo stesso Berger: negli anni ‘90 per la Riforma 3 della media ci si lamentava che era stata calata dall’alto, che non si era discusso abbastanza. Ma, poi, all’Ufficio studi e ricerche servirono ben tre volumi solo per sintetizzare i risultati della consultazione.

Il fronte referendario non risparmia fendenti: è una sperimentazione taroccata, avverte, poiché non ci sarebbero dei criteri e degli obiettivi misurabili per valutare i risultati. Altra accusa smentita categoricamente dal responsabile della Divisione scuola. “Gli obiettivi ci sono eccome – spiega – e sono riferiti allo scopo principale della riforma, che è quello ci creare migliori condizioni di apprendimento per gli allievi. Finalità confortata dalla moderna letteratura scientifica su scuola e didattica. Sarebbe del tutto antiscientifico se i criteri venissero aprioristicamente definiti dai politici o dal Decs. I criteri di valutazione nascono anche nel corso della sperimentazione. I docenti, ad esempio, potrebbero suggerire di prendere in considerazione il loro grado di soddisfazione, altri potrebbero indicare le performances degli studenti come un possibile parametro”.

Una valutazione, precisa Berger, che risulterà anche dal confronto tra le due varianti, indicate dal parlamento, che verranno testate: quella, proposta dal Plrt secondo cui le classi saranno divise sulla base della bravura degli allievi (che verrà verificata in due scuole medie), e quella del progetto “La scuola che verrà”, in cui invece le classi saranno divise in maniera casuale.

È una riforma socialista che con la logica “del tutti uguali appiattisce tutti verso il basso”, sostengono gli oppositori. “Si contesta l’abolizione dei livelli – osserva Berger – ma si finge d’ignorare che essi hanno un collegamento diretto, e ormai riconosciuto da tutti, con le condizioni economiche e sociali delle famiglie degli allievi, per cui il percorso scolastico di quelli meno agiati può essere più difficile. Parlare di livelli non ha senso dal punto di vista del merito”.

Se il popolo dovesse bocciare la sperimentazione non c’è un piano B in alternativa ad una riforma che ha già avuto un lungo iter. “Immaginare a breve termine un altro progetto di questa portata è impensabile – afferma Berger -. Dunque si bloccherebbe un grande cambiamento per molti anni. Certo, nelle singole sedi scolastiche saranno possibili degli aggiustamenti mirati, niente a che vedere però con una riforma globale di cui la nostra scuola ha bisogno”.


L’alternativa. Il modello contrapposto al progetto del ministro Manuele Bertoli

Più selezione, più qualità, più autonomia

Il modello alternativo alla riforma “La scuola che verrà”, è tratteggiato in un’iniziativa parlamentare elaborata presentata, già nel settembre di due anni fa, da Sergio Morisoli e Paolo Pamini, deputati di Area Liberale. È “La scuola che vogliamo” un progetto per riformare la legge della scuola del 1990, che ha tra suoi punti qualificanti: la maggiore autonomia, anche finanziaria, degli istituti scolastici, e la parificazione degli istituti statali con quelli privati, riconoscendo a questi ultimi il pagamento da parte del Cantone di un terzo del costo delle rette a carico degli studenti. Una parificazione e un contributo finanziario che 17 anni fa furono bocciati, dopo un’accesa campagna, dal voto popolare. La richiesta muove dalla considerazione che per scuola pubblica, quella che fornisce un servizio per tutta la collettività, non bisogna intendere soltanto gli istituti statali, bensì anche quelli privati. Equivalenza che vuole tutelare la libertà di scelta delle famiglie sulle scuole dove mandare i loro figli, ma che inevitabilmente sembra destinata a riaccendere lo scontro politico.

Ma oltre a questo, la “Scuola che vogliamo” si contrappone nettamente alla riforma Bertoli per il suo orientamento di fondo. Nella proposta di legge di Morisoli e Pamini ogni istituto dovrebbe essere dotato di un budget autonomo e con il potere della direzione di nominare e licenziare i docenti. In sostanza l’obiettivo è di stimolare la concorrenza tra le diverse sedi scolastiche per migliorare la loro qualità.

Inoltre, attraverso tutta una serie di proposte, si punta ad una maggiore selezione nel percorso scolastico e alla promozione dell’eccellenza. Con la convinzione che bisogna ben equipaggiare i ragazzi, per metterli in grado di confrontarsi poi con un’economia e una società sempre più competitive.