Per una scuola Serena Sperimentazione al voto

Ivano Fontana, docente in pensione
Cdt, 21.08.2018
Un amico dice che quando scriviamo su certi temi, per esempio sulla scuola in vista della votazione del 23 settembre, dobbiamo fare lo sforzo di semplificare. Semplificare per cercare di farci capire dal maggior numero di persone. A partire da questa semplice e difficile domanda: che cosa voteranno Serena, la signora delle pulizie, Matilde, la cassiera di uno dei tanti supermercati, Attilio il carpentiere che suda sui tetti? Facciamo che le tre persone hanno figli in età scolastica, dalle elementari alle medie. Nel caso non ne avessero più, probabilmente non andranno a votare.
 
Il dibattito sulla sperimentazione La scuola che verrà non deve essere solo tra politici o peggio tra persone che sono lontane per pensiero o che ne hanno, se lo hanno, uno fisso di ferro e immutabile. In un dibattito, sembra facile dirlo, devono interessare l’ascolto e il confronto delle idee, delle tesi. Purtroppo ciò non succede o succede rarissimamente su tutti i media, radio, tele, giornali e mezzi elettronici.
 
Per interessarsi occorre fare uno sforzo. Sforzo da parte di chi vi partecipa e sforzo da parte di chi ascolta e legge. Se questa premessa non c’è, uno fa il suo verso nel deserto. C’è addirittura chi osa scrivere che pochi finora si sono espressi, come a voler dire che se non avesse preso la penna lui pochi si sarebbero accorti della prossima votazione. Ecco perché faccio anche un po’ mia la colpa di non riuscire, a volte, ad essere chiaro.
 
Mi capita, negli incontri di ogni giorno, di parlare e discutere con persone che hanno visioni diverse, addirittura opposte, dalle mie. Ma certe volte la corrente passa, e allora diventa un piacere disinteressato scambiarsi le opinioni.
 
La discussione sulla scuola, in generale o su progetti concreti, è difficilissima. Un po’ perché tutti siamo stati allievi, un po’ perché siamo o siamo stati genitori, un po’ anche perché pensiamo di avere le nostre ricette per migliorare le cose o per non peggiorarle.
 
A volte si incontrano genitori che vorrebbero essere insegnanti dei propri figli, a volte genitori che, senza arrossire, hanno la ricetta pronta. A me è capitato, nell’altro secolo, di dover quasi giustificarmi col direttore perché leggevo in una seconda media Pel di carota. Molto probabile che altri colleghi si siano trovati nella stessa situazione con I ragazzi della via Pal o con L’isola del tesoro. Chi sa adesso che cosa succede con i genitori creazionisti, animalisti, vegetariani, vegani o più volgarmente sovranisti e leghisti. Robinson Crusoe, Moby Dick? Al bando. Pippi Calzelunghe? All’indice. Marcovaldo ovvero le stagioni in città? Roba da matti. Non esagero, tutto documentabile.
 
È quasi impossibile partecipare a un dibattito onesto e sincero sulla sperimentazione in votazione il 23 settembre. Da un paio di mesi cerco di centrare l’attenzione sulle cose che contano davvero, e anche sugli aspetti poco chiari o che non condivido. Risultato? Scoraggiante, se ancora mi tocca leggere che la scuola è socialista, che il livello si abbasserà ancora di più, che i genitori sono tagliati fuori, che gli allievi pure, che le così dette eccellenze non verranno valorizzate e premiate, che sarà il trionfo della psico-pedagogia (il pericolo c’è, ma si può fermare, per cominciare abolendo il Dipartimento formazione aggiornamento – DFA – della SUPSI. La mia non è una provocazione, invito a parlare con i giovani e meno giovani insegnanti che sono passati da quelle parti).
 
Dire e scrivere che ci sono degli aspetti discutibili, alcuni addirittura inaccettabili, non significa buttare all’aria quattro o cinque anni di studi e progettazione. Eccone un paio: quaderno dell’allievo e poca chiarezza sui criteri che permettono di dire a un allievo tu hai una bella testa fatta per studiare, tu hai una buona o eccellente manualità, tu hai ottime testa e manualità, falle funzionare assieme, diventa un bravo viticoltore e vinificatore.
 
Arrivato a questo punto, forse ho perso per strada Serena, Matilde, Attilio, ma non li ho dimenticati. Non so se sono riuscito a scrivere per loro e non per le solite teste quadre.
 
I miei tre amici capiscono, ne sono sicuro, che la scuola è una cosa seria, che merita un poco di attenzione e considerazione. Per molti allievi, per gli emigranti, per i profughi che fuggono da devastazioni e da guerre, la scuola può fare e fa molto. Essa è, senza dubbio, l’unica istituzione che permette una vera emancipazione. È anche certo che questi allievi devono fare uno sforzo doppio, se non triplo, e senza il sostegno dei genitori, rispetto a certi nostri principessine e principini per i quali tutto è dovuto, e della scuola non gliene può fregare di meno. Quando bionda aurora.