Quei giovani da non perdere dopo la scuola dell’obbligo

Paolo Colombo, direttore della Divisione della formazione professionale
Corriere del Ticino, 31.08.2018
Il momento della transizione dalla scuola media verso una formazione professionale o medio-superiore è ricco di emozioni e di aspettative. Va preparato e accompagnato. Sono più di 3.200 i giovani che quest’anno hanno concluso la scuola dell’obbligo. Il 24% circa inizia un apprendistato in azienda; il 22% si iscrive a una scuola professionale a tempo pieno (scuole d’arti e mestieri, medie di commercio, sanitarie e sociali); l’8,3 % va alla Scuola cantonale di commercio (che eroga sia una maturità cantonale sia un attestato professionale); il 31,6 % inizia il liceo e il 4,2 % segue un’offerta di transizione (pretirocinio). Al di là di qualche scostamento che indica una tendenziale perdita di velocità (che va assolutamente contrastata) del tirocinio nella sua forma duale, i dati sono sorprendentemente stabili negli anni, quasi impermeabili ai cambiamenti in atto nel mondo del lavoro e nella società. Cambiamenti che hanno imposto la rivisitazione di fondo dei programmi e degli obiettivi formativi di tutti gli apprendistati.
Due giovani su tre concludono la formazione postobbligatoria nell’indirizzo scelto e ottengono un certificato federale di formazione pratica, un attestato federale di capacità, una maturità federale, professionale, specializzata o di diritto intercantonale. Circa uno su quattro, dopo aver iniziato gli studi medio-superiori, li abbandona per intraprendere, nella maggior parte dei casi, una formazione professionale di base.
Vi sono però giovani che non concludono una formazione di livello postobbligatorio: il 12-13% secondo l’Ufficio federale di statistica. Sono troppi. Emarginazione, sentimenti di frustrazione, costi sociali, opportunità perse per il giovane e per la società sono le possibili conseguenze. È necessario intensificare gli sforzi su più fronti per non perdere giovani per strada. A valle, cioè dopo l’abbandono della formazione, occorre rafforzare l’accompagnamento di questi giovani affinché rientrino nel sistema educativo e recuperino una qualifica professionale necessaria per un loro inserimento duraturo nelle attività produttive e nella società. Per fare ciò bisogna mettere maggiormente in rete diverse politiche settoriali: della formazione, del lavoro, dell’aiuto sociale, dell’integrazione coinvolgendo gli attori istituzionali e le organizzazioni del mondo del lavoro. A monte, cioè nella scuola media, occorre rafforzare la preparazione alla transizione verso il settore professionale – anche attraverso un’accresciuta conoscenza del mondo del lavoro – e medio-superiore. Nel limite del possibile per compiere scelte convinte e consapevoli. Ma si tratta di avere anche il coraggio di mettere in discussione modalità di operare ormai consolidate; di percorrere nuove vie. Una per tutte: la Città dei mestieri.
Il progetto «La scuola che verrà» propone la sperimentazione di metodi e modalità che vogliono giustamente essere più vicine alle esigenze di ogni singolo individuo, alle sue ambizioni, capacità, aspettative. Centrale, oltre alle misure di organizzazione dell’insegnamento, appare la proposta di affiancare alle valutazioni espresse in note nelle singole discipline anche un quadro descrittivo delle competenze individuali, sociali e trasversali (come le capacità comunicative, di analisi o di lavoro in team, di gestione del tempo, passione ed entusiasmo, rispetto ed empatia ma anche abilità manuali e pratiche). Competenze da mettere in relazione con quelle professionali, culturali ma anche sociali e attitudinali, richieste dalle scuole postobbligatorie e dalle aziende che accolgono i giovani in formazione.
Per il settore professionale – con le sue aziende formatrici – è importante poter contare su studenti e apprendisti che dimostrino di possedere un profilo adeguato allo svolgimento di un determinato apprendistato e che non accedano alla formazione professionale solo dopo aver tentato inutilmente, magari per più anni, altri percorsi formativi che non rispondono alle loro effettive capacità e propensioni.
L’etichetta A o B nella scuola media, grossolana e che si traduce poi in percorsi o opportunità a torto ritenuti di serie A o B nel postobbligatorio, non risponde più alle esigenze di oggi. Bisogna andare oltre, con lo scopo di rendere ancora più conosciuta, apprezzata e attrattiva la via formativa del tirocinio, uno dei diversi sbocchi possibili dopo la scuola media, che non ha bisogno di alcuna etichettatura. È un modello di successo, garante di occupazione, di prospettive di carriera e di studio invidiatoci da tante nazioni. Un sistema che propone innumerevoli offerte formative e che considera l’evoluzione della società, dei comparti economici e che apre le porte su formazioni superiori (Scuole specializzate superiori, Scuole universitarie professionali, Università) e su una formazione continua ormai irrinunciabile per rimanere inseriti nel mondo del lavoro e per favorire la crescita professionale; per essere cittadine e cittadini protagonisti del proprio futuro e dello sviluppo sociale, culturale ed economico di un Paese. Ben venga dunque la sperimentazione del progetto, con le sue varianti e la valutazione che seguirà. È una buona opportunità per riflettere su quanto il sistema educativo fa bene e meno bene e soprattutto su cosa si può fare meglio e come.