Scuola che verrà, ragioni della fiducia

Di Fabio Pusterla
laRegione, 23.8.2018
Ancora una volta l’anno scolastico è costretto a iniziare all’insegna delle polemiche e del dibattito più aspro; se l’anno scorso era l’ora di civica, quest’anno è il referendum lanciato dalla destra contro la sperimentazione del progetto “La scuola che verrà” a innescare le discussioni. Discussioni, bisogna ancora osservare, molto difficili: quanti cittadini avranno la voglia e il tempo di leggere il corposo progetto, di capirlo bene e di farsi un’opinione? Pochi, bisogna pensare; sicché il presunto dibattito rischia di giocarsi a suon di slogan e parole d’ordine, con poco costrutto e con grave danno per la scuola.
Ma visto che la discussione e il voto sono ineludibili, è necessario esprimere il proprio parere; e il mio, lo dirò subito e cercherò poi di motivarlo, è che esistono ragioni positive che dovrebbero spingerci a sostenere la sperimentazione (perché di questo si tratta, e non bisogna dimenticarlo) de “La scuola che verrà”, pur mantenendo qualche legittima perplessità su questo o su quell’aspetto del progetto; e che esiste un altro ordine di ragioni, diciamo negative, per contrastare con forza i referendisti e le loro idee, esplicite e implicite. “La scuola che verrà” è un progetto di riforma della scuola media che tocca soprattutto la struttura e l’organizzazione degli studi, assai meno i loro contenuti, il numero e la sostanza delle varie discipline insegnate. È nato alcuni anni fa, e ha compiuto un lunghissimo percorso di consultazione, di riflessione e di modifica, avvenuto sia nel mondo della scuola, sia nella società civile sia, per finire, in Gran Consiglio. Durante questo percorso, numerosi aspetti del progetto originario, che avevano suscitato dubbi e critiche anche molto severe, sono stati corretti, attenuati e modificati. In particolare, per fare solo un esempio, la questione del passaggio agli studi post-obbligatori, che inizialmente sembrava molto discutibile (si temeva infatti che potesse accentuare ulteriormente una licealizzazione di massa già parzialmente in corso, con conseguenze molto negative), è stata grandemente ridimensionata.
Nessuna nuova ‘ideologia’ per la Scuola Media
Chi mi conosce sa che non sono mai stato tenero con le autorità dipartimentali, e che ho sempre cercato di esercitare il mio diritto di critica e di discussione delle loro scelte, pensando che questo debba essere il compito di chi prova a svolgere un’attività intellettuale: praticare il pensiero critico. L’ho fatto per quasi quarant’anni, nell’epoca Speziali e in quelle successive, quando alla testa del Dipartimento c’erano Buffi e Gendotti; e non ho smesso di farlo oggi, con Manuele Bertoli alla guida del Decs. Sicché in questi anni di discussione su “La scuola che verrà” ho partecipato a parecchie riunioni, e ho espresso con vigore i miei dubbi, come hanno fatto, meglio di me, molti colleghi. Senza però dimenticare una cosa: che questo progetto è il primo serio tentativo di inter- venire sulla Scuola Media, che da molto tempo ha bisogno di innovazione e di attenzione; con “La scuola che verrà” si affronta finalmente una questione spinosa, di cui tutti, insegnanti, studenti e genitori, hanno misurato negli anni la criticità, ossia la questione dei “livelli”. Infine, questo progetto non propone affatto (e in questo mentono gli slogan degli iniziativisti) una nuova “ideologia” per la Scuola Media: che è nata, giova rammentarlo, nell’ultimo quarto dello scorso secolo, per superare la precedente distinzione tra Ginnasio (la via degli studi) e Scuola Maggiore (la via del lavoro), che imponeva alle famiglie di scegliere il futuro dei loro figli alla fine delle scuole elementari e che, per finire, si risolveva inevitabilmente in una scelta socio-economica. Per modificare questo sistema ormai inaccettabile e desueto è nata la Scuola Media Unica; ed è nata da subito all’insegna di un grande ideale, quello che prevede un percorso unificato sino al termine della scuola dell’obbligo, e che vede questo percorso come un momento di crescita individuale, non di selezione. La selezione non è esclusa, è ovvio; ma il punto focale della Scuola Media è un altro: dare ad ogni studente la possibilità di crescere intellettualmente, di mettere a frutto le proprie capacità, di scoprire se stesso e di iniziare a gettare le basi per il proprio futuro. Tra i molti nomi che si possono dare a un simile ideale, c’è quello di “inclusione”. L’idea di includere, e non di escludere, caratterizza da sempre la Scuola Media, e in questo senso il progetto in discussione non fa che riprendere l’ideale fondativo. Accennavo ai dibattiti degli scorsi anni, che ci hanno condotti al progetto attuale. Per quel che può valere la mia personale esperienza, devo dire di aver notato, con stupore (era una delle prime volte che mi capitava, in quasi quarant’anni di discussioni scolastiche) che durante quelle riunioni i responsabili del progetto ascoltavano, prendevano appunti, e talvolta sembravano cogliere, nel dubbio o nella critica anche aspra, qualcosa di importante, su cui riflettere. E in effetti molto è cambiato del progetto iniziale: anche questo è un dato importante, da non dimenticare o sottovalutare.
Per capire, prima sperimentiamo!
È senz’altro lecito mantenere delle perplessità su un progetto così complesso; mi sembra molto meno lecito negare che ora tutto questo lungo lavoro possa essere concretamente sperimentato, cioè messo alla prova e poi valutato. Solo dopo la sperimentazione saremo in grado di capire se il progetto può funzionare; e solo allora si potrà e si dovrà davvero decidere se accettarlo o rifiutarlo definitivamente. Farlo ora sarebbe assurdo: vorrebbe dire inficiare in partenza ogni tipo di innovazione, che per sua natura ha bisogno di essere sperimentata; e vorrebbe soprattutto dire rigettare la Scuola Media nell’inerzia e nell’abbandono. Queste sono a mio giudizio le principali ragioni positive che dovrebbero spingere tutti noi, anche quelli fra di noi che non sono pienamente soddisfatti de “La scuola che verrà”, a sostenerne la sperimentazione, che è tra l’altro stata voluta e accettata dal Gran Consiglio dopo un lungo dibattito.
Referendum distruttivo
Ma ci sono anche ragioni negative, dicevo. Queste ragioni toccano invece il detto e il non detto di questo referendum, l’esibito e il nascosto. Il detto, l’esibito: una paccottiglia di luoghi comuni, di slogan (“no allo smantellamento della scuola”: ma siamo matti?) e di affermazioni approssimative o inveritiere. Il non detto, il nascosto: un astio antico nei confronti della Scuola Media Unica in particolare e della scuola pubblica in generale; il desiderio di indebolire quest’ultima per tornare, prima o poi, a soffiare sulla brace del finanziamento alle scuole private, come è avvenuto, qualcuno lo ricorderà, nel 2001 (e allora la bocciatura popolare fu netta e sonora); e infine, ma non da ultimo, il gusto di mettere a tutti i costi in difficoltà l’odiata conduzione socialista del Decs, e di farsi pubblicità a suon di (costosi) referendum. In realtà, se di ideologia si deve parlare, l’ideologia è tutta nel tentativo distruttivo di questo referendum. Proprio per questo non si tratta affatto di bloccare una presunta visione “di sinistra” che modificherebbe irreparabilmente la scuola ticinese; al contrario, si tratta di avversare una visione restauratrice e destrorsa, che vede nei concetti di “inclusione e di equità”, ma forse potremmo usare una parola più impegnativa come “uguaglianza”, i suoi peggiori fantasmi. Non mi sono mai piaciuti gli aut aut,e ogni volta che qualcuno prova ad impormi una scelta obbligata tra due cose opposte provo a tentare una via alternativa, provo a dirmi che non bisogna lasciarsi intrappolare nel fanatismo del “o questo o quello”. In questo caso, è il referendum a imporre l’aut aut. Non mi piace questa situazione, che si sarebbe potuta benissimo evitare non forzando le cose, accettando la sperimentazione e rinviando la scelta al momento opportuno. Ma visto che le cose stanno così, io non ho dubbi circa il voto da dare. Ognuno riconosce i suoi, scriveva Eugenio Montale; e i miei stanno dalla parte dell’inclusione, dell’equità e dell’uguaglianza. Credo che tutti, prima di scrivere un sì o un no sulla scheda, o peggio di lasciarla in bianco, dovrebbero interrogarsi su questo aspetto.