Scuola che verrà: sbagliato impedire la sperimentazione

Luigi Pedrazzini, già Consigliere di Stato
Corriere del Ticino, 7.9.2018
Voterò sì il prossimo 23 settembre sul tema «La scuola che verrà» perché si tratta di permettere al Governo di verificare nel concreto se il modello, anzi i modelli, messi a punto dopo un’approfondita consultazione e dopo un attento dibattito parlamentare daranno i frutti sperati, dovranno essere ulteriormente modificati o addirittura abbandonati per riprendere il discorso daccapo. Non temo che gli allievi interessati dalla sperimentazione subiranno effetti negativi. Come fu il caso quando venne messa alla prova la scuola media (se la memoria non mi fa difetto nelle sedi di Gordola e Castione) sono certo che verranno prese tutte le precauzioni e le modalità di controllo per evitare ai giovani che partecipano a questo progetto perdite d’apprendimento, per sostenere gli allievi che ne avranno bisogno. Il mio consenso all’avvio della sperimentazione non nasce dalla convinzione che la riforma prospettata vada nella giusta direzione (questa convinzione la potrò semmai acquisire dopo la sperimentazione).
Sono invece convinto di altre due cose. In primo luogo i profondi cambiamenti nella società di questi due ultimi decenni impongono di riflettere e agire per adeguare la scuola. Lo esige la sua funzione di maestra di vita che deve rimanere al passo con i tempi, lo richiedono l’interesse degli allievi e la motivazione dei docenti.
Riformare la scuola significa esporsi al rischio di errori; lasciare le cose come stanno quando il mondo cambia velocemente significa certezza di compiere errori che saranno pagati a caro prezzo quando ci si accorgerà, purtroppo fra qualche anno, che la scuola non risponderà più bene alla sua funzione.
Giusto pertanto, come propongono Governo e Parlamento, avviare un processo che consenta di verificare nel concreto la bontà degli intendimenti.
La mia seconda convinzione è che è sbagliato impedire una sperimentazione nata da un lungo iter consultativo e messa a punto dal Parlamento dopo un intenso confronto. È sbagliato perché questo modo d’agire anticipa i contenuti di un dibattito che potrà avvenire in modo corretto solo dopo la sperimentazione stessa.
Rifiutando la sperimentazione (oggi sul modello che non piace a te, domani su quello che non va bene per me) si boccia di fatto ogni possibilità di cambiare la scuola, si rende la politica immobile laddove deve essere invece attenta e sensibile, pronta a recepire stimoli nuovi, a produrre idee e riforme.
Personalmente, lo ripeto ancora una volta, non sposo a priori «La scuola che verrà» ma difendo il diritto (anzi il dovere) di metterla concretamente alla prova come era stato fatto tanti anni fa prima di varare definitivamente l’attuale modello di scuola media.
Mi ha fatto piacere constatare – e anche per questo voterò sì – che la sperimentazione non sarà un esercizio alibi. Sono date tutte le garanzie per un monitoraggio serio e per una valutazione scientifica e obiettiva dei risultati, e anche per un dibattito completo e trasparente qualora, terminato con esiti soddisfacenti il periodo d’ esame, si deciderà di mettere il progetto in esecuzione.