Scuola che verrà, un sì non è definitivo

Franco Celio, già docente, membro PLR della Commissione scolastica del Gran Consiglio
Corriere del Ticino, 5.9.2018
Sono stato docente, prima di scuola elementare poi nel settore medio, per un quarantennio. Non potrei però dire che il progetto «La scuola che verrà» mi entusiasmi. Le intenzioni di chi l’ha concepito saranno anche ottime, ma il passaggio dalla teoria alla pratica mi sembra decisamente problematico.
Il 23 settembre, non si voterà comunque su «La scuola che verrà» (tanto meno su quello che potremmo chiamare «il controprogetto Morisoli», che qualcuno ogni tanto tira in ballo un po’ a sproposito), bensì su un credito per sperimentare, sull’arco di tre anni, due diversi modelli organizzativi: quello del DECS e quello alternativo targato PLR. Quest’ultimo mantiene la distinzione basilare tra primo e secondo biennio di scuola media: uno «di osservazione», l’altro «di orientamento» (e qualcosa, queste definizioni, vorranno pur dire). Anziché imporre, nei cosiddetti laboratori, una suddivisione che eviti qualunque parvenza di differenziazione curricolare, come vorrebbe il Dipartimento, esso postula perciò una suddivisione che tenga conto delle preferenze e delle potenzialità dei singoli allievi.
Se adottare un modello o l’altro, o nessuno dei due, lo si potrà stabilire solo dopo i tre anni di prova, in base al parere di periti neutri provenienti da fuori cantone, dunque non coinvolti nelle «querelles» nostrane.
Naturalmente non si può escludere che se il 23 settembre dalle urne dovesse uscire un sì, il DECS sia tentato di «appropriarsene», asserendo che ciò spazza via tutte le critiche al suo progetto. Sarebbe però una «furbata» da poco. La decisione del Gran Consiglio è chiara. Chi volesse aggirarla, dovrebbe prima di tutto convincere il Governo, poi la Commissione scolastica, quindi il Parlamento stesso. Per finire, un nuovo referendum potrebbe ancora bocciare il tutto. Diciamolo chiaro e netto: un «sì» il 23 settembre non è ancora un sì alla Scuola che verrà!
Accettare o respingere la sperimentazione non pregiudica nulla. Tanto che vinca il sì, quanto che prevalga il no, non si tratta affatto di scelte che condizioneranno il futuro. Nel primo caso, come detto, la decisione definitiva avverrà al termine dei tre anni di prova. Se poi la sperimentazione risultasse carente dal profilo scientifico, o i periti troppo compiacenti, come paventato dal prof. Zambelloni nel suo articolo dello scorso 30 agosto, se ne discuterà a quel momento. Se viceversa vincesse il no, non è affatto vero che ciò impedirebbe qualunque riforma necessaria. La ricerca di soluzioni più condivise potrebbe iniziare anche il giorno dopo!