L’OPINIONE – Manuele Bertoli, Consigliere di Stato

Il 23 settembre i ticinesi dovranno pronunciarsi sul credito per la fase sperimentale del progetto «La scuola che verrà», che in caso di esito positivo coinvolgerà tre istituti di scuola comunale e quattro di scuola media dal settembre 2019. Il progetto nasce dall’esigenza di migliorare le condizioni nella scuola dell’obbligo affinché gli insegnanti abbiano la possibilità di essere più vicini ai loro allievi. Mediante momenti di co-docenza (presenza in classe di due docenti), lezioni con metà classe per volta, sostegni concreti alla collaborazione tra insegnanti, un riconoscimento di maggior tempo ai docenti di classe alla scuola media per seguire gli allievi, il percorso del singolo allievo sarà ancor più al centro del lavoro dei docenti. Tutto questo senza regalare nulla, ma con l’obiettivo di dare a tutti i bambini e i ragazzi opportunità concrete di sviluppare le loro capacità seguendo il proprio ritmo, senza un’inutile e grossolana selezione precoce. Il momento delle scelte degli allievi quanto al loro futuro verrebbe quindi posticipato alla fine della scuola media, quando sono diverse le opzioni aperte, dall’apprendistato al liceo, quando può certamente iniziare un discorso sui meriti, che presuppone però anche l’esistenza di un sufficiente bagaglio di base consolidato durante tutta la scuola obbligatoria.

Il fatto che sia stato lanciato un referendum già contro il credito per la sperimentazione, cosa mai accaduta in passato, mostra bene quanto sia pregiudiziale l’opposizione dei referendisti. È infatti solo dopo tre anni scolastici che avremo i risultati concreti di questa fase pilota e che si potranno trarre delle conclusioni a ragion veduta. Per questo le argomentazioni di chi sostiene il no, non potendo riferire di esperienze concrete che devono ancora avvenire nel corso della fase sperimentale, non possono che agitare fantasmi o paure del tutto preconcette, ben riassunte nei due articoli di Sergio Morisoli pubblicati a inizio luglio su questo giornale. Tra tante illazioni e cose non vere, un’affermazione ritrovata in quei testi mi pare paradigmatica, ovvero la certezza che il progetto «La scuola che verrà» abbasserà il livello generale della scuola. Ma se i referendisti ne sono così certi, perché non attendere la fine della sperimentazione per verificarlo assieme a tutti noi? Si ha forse paura di essere smentiti dai fatti? Come responsabile del Dipartimento dell’educazione sostengo convintamente il progetto, ma anche che sia più che saggio trarre le dovute conclusioni solo dopo le esperienze che verranno accumulate nel prossimo triennio. La sicumera di chi dispensa oggi certezze che non può minimamente sostanziare non aiuta la scuola nel suo necessario processo di innovazione, per la quale c’è bisogno del sostegno dei ticinesi il prossimo 23 settembre.