‘Una scuola equa’, intervista ad Anna De Benedetti Conti

laRegione, 12.9.2018
Il 23 settembre si vota sul credito da 6,7 milioni per la sperimentazione della riforma della scuola dell’obbligo. Tra i punti forti i laboratori a metà classe, la codocenza negli atelier e l’abolizione dei livelli. Anna De Benedetti Conti, presidente della Conferenza cantonale dei genitori: ‘Metodi didattici che hanno già dimostrato la loro efficacia’.
Tre ragioni per votare sì il prossimo 23 settembre.
La prima è che si tratta di una sperimentazione con un inizio e una fine: al termine vengono valutati i risultati di quanto sperimentato; secondariamente, c’è un’estensione di metodi didattici che hanno già dimostrato la loro efficacia dal punto di vista dell’apprendimento e del trasferimento delle conoscenze dal docente all’allievo, penso in particolar modo ai laboratori previsti in otto materie; terzo elemento: il supporto che viene dato alle scuole elementari, con un insegnante d’appoggio ogni otto classi, che permette al docente titolare di fare attività diverse e di confrontarsi; e il supporto alle scuole dell’infanzia con docenti di ginnastica e di musica in quei comuni in cui ancora non ci sono.
La Conferenza dei genitori riteneva necessaria una riforma oppure la scuola media poteva andare avanti così com’è?
Direi che è un fatto consolidato, almeno tra i genitori, che la scuola media debba essere rinnovata (e non rifatta). C’è stata un’evoluzione tecnica alla quale va affiancata un’evoluzione metodologica di insegnamento. I laboratori non sono un salto nel vuoto: li sperimentiamo già nelle scuole e hanno un grado di apprezzamento elevatissimo tra gli studenti, e di conseguenza, tra i genitori. Perché diciamocelo chiaro: più i ragazzi lavorano a scuola, meno lo dovranno fare a casa. Gli atelier, poi, sono un elemento che da sempre i genitori sollecitano, perché servono a insegnare ai ragazzi come studiare.
I genitori dei ragazzi più bravi desiderano che questi possano sviluppare al meglio le proprie potenzialità. Chi è contrario all’abolizione dei livelli sostiene che ciò non sarà più possibile. Come replica?
I laboratori già oggi esistenti dimostrano come sia possibile per un bravo docente trasmettere l’amore per la materia e quindi la voglia di approfondire. Chi è bravo, potrà avere la marcia in più. Non sono pochi i genitori che sostengono il modello Plr, soprattutto quelli che pensano di avere dei figli bravi. Se dovesse passare il credito, c’è la possibilità di verificare se la suddivisione in gruppi per competenze ha un valore aggiunto in termini di apprendimento, oppure se il modello Decs funziona. In economia dicono che il valore aggiunto sta nella differenza. Staremo a vedere. Noi genitori siamo i primi a voler verificare questo aspetto.
Il timore dei referendisti è che dalla sperimentazione si passi subito all’implementazione. Ma non è nella logica delle cose testare una riforma per capire se funziona o no?
Già oggi la nostra scuola fa test standardizzati per valutare le competenze degli alunni. La maggioranza del Gran Consiglio ha voluto che l’analisi della sperimentazione venisse affidata a un ente esterno. Ci sono poi degli aspetti tecnici di organizzazione che non sono da sottovalutare e che vanno testati: un conto è fare quattro laboratori, un conto otto. Quarant’anni fa i corsi A e B hanno avuto l’esito che ci si aspettava. Oggi sono superati: non offrono più quello per cui sono nati.
La Conferenza organizza dei tour per genitori a Espoprofessioni con l’ufficio dell’orientamento scolastico e professionale, sostenendoli nel conoscere le filiere professionali, che sono oltre duecento. Sono però le aziende che scartano i ragazzi coi corsi B… Ritengo che un Cantone debba essere fiero di avere un livello di istruzione elevato, tra cui l’alto tasso di laureati, perché questo innalza il livello culturale di un Paese. Secondo: gli studenti che bocciano sono quelli che escono deboli dalle medie coi corsi A: pensano di avere delle competenze ma cadono come pere accanto all’albero alle prime difficoltà, sia perché non hanno un metodo di studio appropriato, sia perché hanno sopravvalutato le loro reali capacità proprio a causa dell’attuale sistema dei livelli.
Signora De Benedetti Conti, lei prima parlava di un adeguamento necessario della scuola a un mondo che sta cambiando velocemente, soprattutto per la rapida evoluzione delle tecnologie. La scuola però vuol dire anche contenuti…
Ma i contenuti non sono in votazione. Il 23 non si vota sul Piano di studio della scuola dell’obbligo. I cittadini saranno chiamati ad esprimersi non su cosa si studia, bensì su come si studia. E meglio, su un credito che permetterà di testare una riforma che mira a rinnovare appunto il modo in cui si studia e “si fa scuola”.
Parità all’arrivo e livellamento verso il basso: scenari plausibili, signora De Benedetti?
Equità non vuol dire uguaglianza. Equità significa dare ad ognuno, a ciascun allievo, ciò di cui ha bisogno. Il bambino o il ragazzo più bravo quanto a rendimento sarà stimolato, con questa riforma, a fare di più. Mentre l’allievo che faticherà sarà più seguito di oggi. Per giudicare un allievo, inoltre, non ci si limiterà a una nota: i docenti si pronunceranno anche sulle sue competenze. Un esempio: 4,5 in italiano, a questa nota saranno accompagnate considerazioni come: “L’allievo sa esprimere bene il proprio pensiero. In ortografia è un po’ debole”. Sono indicazioni sulle reali capacità dell’alunno. La nota sarà ‘riassuntiva’, ma le competenze verranno specificate.